Farmaci si, farmaci no: è una questione spesso aspramente dibattuta, in psichiatria in generale e nel disturbo di panico in modo particolare.
Tale questione, mentre appare del tutto legittima e incentrata sull’interesse ultimo del paziente quando riguarda il singolo caso clinico, diventa invece sterile polemica, antiscientifica e clinicamente dannosa, se prende spunto da posizioni preconcette, incuranti delle risultanze a livello mondiale della medicina basata sulle prove di efficacia (EBM).
Se pretendere di curare tutto e tutti con i farmaci è sicuramente ingiustificato, altrettanto insensato è credere di poter farne sempre a meno, magari contando sulla “buona volontà” del paziente, come molti benpensanti (purtroppo talvolta anche medici) pensano di poter fare, con ciò annullando il senso della ricerca, della sperimentazione, dei congressi, della stampa specializzata.
E' evidente che nel disturbo di panico non vi può essere guarigione senza cambiamento. Se però le forze del paziente non sono sufficienti, malgrado la presa di coscienza e il sostegno della psicoterapia, dei gruppi di auto aiuto e di eventuali altre strategie non mediche, a modificare il contesto e/o il proprio atteggiamento, il farmaco si rivela un’arma indispensabile per vincere la battaglia lunga e aspra cui è chiamato.
Il fatto che già da tempo e sempre di più per il futuro si possa disporre di farmaci di cui è ampiamente certificata sia la tollerabilità che l’efficacia, anche per terapie della durata di anni, non significa che le cure psicofarmacologiche siano indicate sempre e per chiunque. Significa però che possono essere intraprese con la massima tranquillità quando i professionisti cui il paziente si affida individuino in esse un supporto imprescindibile per la realizzazione di un progetto terapeutico complesso e personalizzato.
In conclusione, chi soffre di questo disturbo, distruttivo per la qualità della propria vita, deve soprattutto evitare il “fai da te”, pensando magari che la paura ingiustificata del farmaco sia frutto di una strategia inconscia e occulta per non guarire e continuare a utilizzare la malattia come soluzione patologica dei propri conflitti.
*Silvano Dedalo, neuropsichiatra e consulente Lidap – Roma

