LA PSICOTERAPIA DIALETTICA
DELL’ANSIA E DELLE FOBIE
di Nicola Ghezzani,
psicoterapeuta e consulente
LIDAP (Roma).
1. L’ansia come reazione
istintuale di base
Per comprendere appieno
cos’è l’ansia (e l’attacco di panico, che dell’ansia è solo la massima
espressione) occorre partire dal dato di fatto che si tratta di un’emozione
iscritta nel nostro corredo neurobiologico naturale. Chiunque avrà visto un cane
che rizza le orecchie nel percepire un rumore forte e indefinito. L’animale ha
avvertito nella realtà esterna un segnale minaccioso, ma non riesce a
identificarlo, quindi piuttosto che paura (reazione emotiva di risposta alla
precisa individuazione di un pericolo) egli prova ansia: uno stato di allerta su
un’area generica e indefinita di pericolo.
L’ansia è, dunque, in prima
istanza, una paura differita, un’emozione che segnala alla mente animale la
presenza di segni di pericolo, di un pericolo, tuttavia, non ancora definito. In
questo senso, l’ansia è un’emozione previsionale, nel senso che è parte di un
processo neurofisiologico di previsione, quindi presuppone la capacità di
valutare il futuro. L’animale “si prepara” ad affrontare una minaccia di cui ha,
per ora, solo indizi vaghi.
Di quali pericoli può avere
paura un animale? In linea di massima, direi che sono due: il primo è
l’avvistamento di un predatore. Il secondo è la percezione di un imminente
cataclisma naturale. In entrambi i casi, l’animale si predispone ad agire
secondo le modalità difensive tipiche di ogni animale: o l’attacco, o – più
spesso – la fuga.
Come ogni meccanismo
istintuale, infine, l’ansia è un’emozione aut-aut: nel senso che o c’è o non
c’è, e quando c’è è inesorabile: manifesta tutto il suo repertorio di sintomi
fino a raggiungere un acme, un punto di massima intensità a partire dal quale
comincia la sua discesa.
2. L’ansia come fenomeno
umano
Relativamente alle emozioni
di base, l’uomo è un comune animale e, di fronte a un pericolo, reagisce allo
stesso modo di ogni altro animale. Se individua il pericolo ha paura; se invece,
pur avendone l’intuizione, non riesce a metterlo a fuoco, prova ansia.
Ma qual è la differenza
sostanziale fra un uomo e un animale? Che l’uomo vive immerso in un universo
mentale rappresentato (memoria, immaginazione, simboli), mentre l’animale vive
di schemi istintivi e di memorie poco complesse. La differenza è sostanziale:
l’uomo può vivere l’ansia non solo in rapporto al mondo reale, ma anche – cosa
impossibile per l’animale – in rapporto al mondo delle rappresentazioni mentali.
Un uomo, infatti, può
provare ansia al solo ricordo di
un’esperienza negativa, oppure nell’immaginarla, e persino qualora egli
entri in contatto col simbolo di
essa.
Un esempio. Un ragazzo si
trova a passare per un via buia: ricorda di aver subito un giorno, nello
stesso luogo, un’aggressione e prova ansia; oppure immagina che il buio di quel luogo sia
favorevole a un’aggressione e prova ansia; o ancora in un corridoio illuminato e
affollato passa accanto a una tenda buia (simbolo di ciò che può essere nascosto)
e prova ansia. L’uomo dunque, unico fra gli animali, può vivere la paura di
qualcosa che non è presente nel campo reale, ma è invece presente nel campo
delle rappresentazioni mentali.
Altra caratteristica
divergente fra uomo e animale: l’uomo vive immerso in una complessa realtà
sociale, l’animale poco o comunque molto meno. Quindi l’uomo può aver paura
degli altri esseri umani, più di quanto in genere un cane ha paura di altri cani
o un gatto di altri gatti; e quindi può aver paura in rapporto ai ricordi,
all’immaginazione o ai simboli del suo rapporto con gli altri esseri umani.
Quindi, ancora, le emozioni
istintive di ansia da avvistamento di un predatore e di ansia da percezione di
una catastrofe si colorano nell’uomo di una valenza umana: spesso l’uomo prova
ansia all’intuizione che un altro essere umano o un gruppo o la società nel suo
complesso possano rivelasi per lui come un predatore (cioè aggressivi e
distruttivi) e comportare la sua catastrofe.
In sintesi, l’ansia umana –
soprattutto quella patologica – deriva il più delle volte da situazioni umane
che l’individuo si raffigura nella sua mente come pericolose, in modo conscio o
inconscio.
3. L’ansia come fenomeno
sociale
In alcuni tipi di ansia
strutturata (fobia) ciò è evidente. Pensiamo all’ansia sociale, per esempio
l’ansia da prestazione o da giudizio. L’individuo sociofobico ha paura di essere
giudicato inadeguato, insufficiente o comunque negativo da un “tribunale” che
egli si raffigura nella sua mente: il gruppo degli amici, il gruppo dei parenti,
il superiore di grado in ufficio, il pubblico che ascolta una sua relazione...
L’oggetto della fobia è l’annichilente sensazione di svelare un’identità
inadeguata al suo contesto sociale di riferimento.
Il gruppo giudicante è da
lui avvertito come un potenziale predatore e il momento in cui il gruppo lo
giudicherà un individuo inetto e incapace sarà per lui una catastrofe
psicologica e sociale. Da qui l’angoscia sociale.
Esistono però fobie che in
apparenza sfuggono a questa classificazione. L’ipocondria esprime la paura
ossessiva delle malattie e della morte; l’agorafobia indica la paura dello
spazio aperto o vuoto: che c’entrano queste ansie con la realtà sociale?
In numerosi studi e in tutti
i miei libri sull’argomento, ho mostrato che anche le fobie in apparenze più
bizzarre rimandano alla paura di essere mal giudicati, condannati e penalizzati
da coloro che per noi sono gli esseri umani più
importanti.
Faccio degli esempi. Un
ragazzo vive con l’anziana madre in un regime di stretta simbiosi affettiva.
Vorrebbe essere più libero e non condizionato dai rituali tipici delle persone
anziane. Tuttavia allo stesso tempo vuol bene alla madre e vuole restare legato
a lei. Nel momento in cui alla sua mente affiora l’idea che quando la madre
morirà lui sarà libero, ecco che egli sviluppa l’angoscia di avere un tumore o
un infarto in atto o di aver contratto l’AIDS nell’ultimo contatto sessuale
avuto con una ragazza. La paura di perdere la madre e di perderla per suo stesso
desiderio, lo porta a sentirsi minacciato della perdita del legame più
importante e minacciato di condanna morale per il pensiero che ha osato
formulare. La paura di ammalare, di soffrire e di morire ha ritorto contro di
lui il pensiero distruttivo. A questo modo 1. la madre è salva dal suo desiderio
di morte; 2. egli, intimorito, è di nuovo sotto il controllo del suo vecchio
sistema morale, e torna ad essere il figlio devoto che è sempre stato.
Un altro esempio. Una donna
vive in un regime di asservimento affettivo e pratico nei confronti della
famiglia acquisita: passa gran parte del suo tempo a gestire le faccende
domestiche, ma, più o meno nell’inconscio, se ne sente soffocata e offesa.
Guidando la macchina, un giorno, ha la visione di perdere il controllo del
veicolo e di investire e uccidere persone innocenti. Ne deduce la sua
inaffidabilità. Da quel momento sviluppa la paura delle auto, della velocità e
degli spazi aperti, che consentono movimento, corsa, velocità, libertà.
L’agorafobia ha ottenuto, come già visto per il ragazzo con l’ipocondria, due
risultati: 1. i familiari sono salvi dall’aggressività della donna; perché 2. la
donna si è accusata di essere inaffidabile e pericolosa e si è messa sotto la
tutela di persone ritenute “affidabili”.
Dunque la fobia ha segnalato
al soggetto che la base della sua sicurezza era minacciata e lo era da lui
stesso. Il ragazzo identifica la sua sicurezza nell’amore per la madre, la donna
nella devozione alla famiglia. L’ansia ha segnalato loro che questa base sicura
era minacciata, e che erano loro stessi, coi loro pensieri, a mettere a rischio
l’equilibrio del sistema.
Il fobico ha dunque paura
nel momento in cui vede minacciata la base della sua sicurezza (il “sistema”
dentro il quale vive); e maggiormente ha paura se intuisce che è lui stesso, coi
suoi desideri conflittuali, più o meno coscienti, a minacciare gli elementi di
base della sua vita morale, affettiva o sociale. Egli prova paura e la paura
inibisce e blocca la sua volontà, responsabile dell’attentato alla sicurezza.
4. La psicoterapia
dialettica dell’ansia e delle fobie
Per porre un rimedio
all’ansia patologica e alle fobie che si strutturano su di essa è allora
necessario definire due o tre cose fondamentali: 1. in cosa consiste la
sicurezza di base di quell’individuo? 2. Cosa sta minacciando quella sicurezza?
3. Se l’attore della minaccia è lui stesso, di che natura è il conflitto che lo
oppone alla sua base affettiva, sociale, valoriale? In sintesi: per quali motivi
egli ama e odia il sistema di valori e di certezze che lo sostiene come essere
affettivo e sociale?
Fatta l’analisi di questi
elementi, occorre allora trovare delle soluzioni nella forma della mediazione.
La psicoterapia diventa allora una raffinata arte dialettica della mediazione.
Il ragazzo del primo esempio
può separarsi dalla madre senza desiderarne la morte? La donna del secondo
esempio può allentare la morsa dei doveri domestici o anche diventare un’attrice
o una manager senza attaccare tutti i suoi legami?
In sostanza: è possibile
essere liberi e allo stesso tempo non peccare di slealtà, non rinnegare gli
elementi di fondo della propria intima natura umana?
Si tratta, dunque, di porre
delle mediazioni all’interno di un conflitto psicologico: il conflitto fra il
bisogno affettivo, base della sicurezza psicologica di ogni individuo, e il
bisogno egocentrico di autonomia personale.
Viviamo in un’epoca in cui
questo conflitto è sempre più vivo: ogni individuo pretende per sé una chance in
più di quelle che la vita ha concesso ai suoi genitori, vuole crescere al di
sopra della propria classe di appartenenza, vuole sentirsi libero di muoversi
fra diverse realtà sociali e morali, talvolta fino al perseguimento inflessibile
del mito della libertà assoluta. Questa poderosa spinta motivazionale
(alimentata dai miti sociali e dalla sempre più universale vergogna di
impotenza) genera un’infinità di conflitti interiori e relazionali che esitano
nelle due grandi psicopatologie del mondo contemporaneo: l’ansia patologica (col
correlato attacco di panico) che è l’effetto della paura di perdere la propria
base sicura; e la depressione, che è invece l’effetto del senso di colpa per
l’idea di aver distrutto con le proprie mani quella base.
Il percorso di conquista di
una libertà matura è lungo e difficile. Durante il cammino, più volte si può
aver paura di eccedere nella trasgressione e nel conflitto (più o meno consci) e
di conseguenza, per frenare questo rischio, si attivano sintomi anche
intollerabili.
A questo livello, quando la
sintomatologia è forte e franca, non v’è alcuna contraddizione nel fare uso di
psicofarmaci – per placare l’intensità intollerabile della sofferenza – e allo
stesso tempo lavorare per la presa di coscienza dei conflitti sottostanti al
sintomo. Come allo stesso modo è legittimo non farne uso, purché si sia
consapevoli che l’angoscia non sopita può essere estrema, senza requie e molto
destabilizzante.
Il risultato da ottenere è
sempre e comunque non solo l’alterazione dello stato mentale in atto (cosa
raggiungibile oggi con l’uso di adeguate sostanze chimiche e domani con la
neuroingegneria), ma anche lo stabile cambiamento della struttura dell’io, cioè
della abilità della coscienza a individuare e mediare i conflitti affettivi e
valoriali che nascono all’interno della nostra personalità.
Alla fine è solo la coesione
e l’attrezzatura della coscienza a determinare se un individuo sarà vittima
dell’angoscia o della depressione o se invece sarà in grado di individuare per
tempo i propri nuclei conflittuali gestendoli fino alla loro risoluzione.
5. Percorso
bibliografico
La semplicità della tesi che
ho sin qui esposto non deve trarre in inganno. Essa è il risultato di
venticinque anni di ricerche effettuate all’interno di quella che oggi si chiama
psicoterapia struttural-dialettica.
Nella mia opera scientifica ho documentato questa ricerca in molti libri; quelli che maggiormente interessano le dinamiche dell’ansia, dell’attacco di panico e della depressione sono tre: Uscire dal panico (2000); Volersi male (2002); e La logica dell’ansia (2008), tutti editi da Franco Angeli.


