Nell'incontro di Firenze del 9 Ottobre scorso è stato attentamente dibattuto il problema della formazione degli helpers. Personalmente ho espresso l'opinione che l'helper tenda a modellare il proprio "essere helper" sulla figura del terapeuta; perché il terapeuta è il "modello ideale" di riferimento talvolta anche per chi non ha fatto direttamente un'esperienza psicoterapeutica. Questa idealizzazione del terapeuta è stata probabilmente favorita, nelle prime fasi di vita della LIDAP, dall'Associazione stessa, per esigenze di efficacia e di sopravvivenza, nonché per una dipendenza implicita da modelli in grado di generare fiducia e offrire sicurezza. Ebbene io penso che, allo stato attuale della vita associativa, tale idealizzazione oltre che inutile è dannosa; e dico perché.
Intanto occorre spiegare che cos'è una idealizzazione. Idealizzare significa farsi un ideale, cioè un modello (un "eroe" più o meno ricalcato su realtà conosciute) con il quale un individuo in crisi gestisce "per interposta persona" i suoi problemi caratteriali. Il carattere del dappista è tale che egli è vittima di doveri di ruolo (doveri affettivi sacrificali, doveri di prestazione sociale) particolarmente esigenti, che soffocano la vita naturale della sua personalità. Di conseguenza, il dappista è costretto a evitare le situazioni che lo metterebbero in conflitto con questi doveri. Il modo più efficace per realizzare la schiavitù ai doveri di ruolo e l'evitamento del conflitto con essi è avere un modello di autocontrollo. Il modello del soggetto ansioso è sempre un modello di onnipotenza, estraneo e "superiore" alle cose di cui ha paura; in tal modo, riferendosi a questo modello, la persona ansiosa "controlla" le aree di conflitto e di sofferenza presenti nella sua personalità. Per questo motivo, il modello onnipotente della persona ansiosa è pervaso da ideali come la forza di carattere, il perfezionismo morale, l'oblazione sacrificale, l'efficienza lavorativa ecc. Questi ideali si autopromuovono, si confermano, squalificando i loro opposti, che sono sempre stati emotivi importanti e significativi come il bisogno di solitudine, la delusione, l'insofferenza, la rabbia, ecc.: cioè stati emotivi che derivano da bisogni di autonomia insoddisfatti.
Ebbene, l'immagine del terapeuta, presa a prestito dal dappista helper, rappresenta per lui proprio a) l'obbedienza ai doveri di ruolo, sia affettivi che sociali, (si immagina che il terapeuta sia una specie di santo privo di debolezze) e rappresenta b) l'obbligo di evitare i conflitti (si immagina che il terapeuta sia un mostro di autocontrollo). Questa immagine purtroppo è favorita - spesso inconsciamente - dagli stessi terapeuti. Ma è dannosa. Affascinato da questa immagine l'helper fa col suo gruppo quello che spesso fa già con la sua famiglia e nella sua vita privata e sociale: diviene facilmente una persona schiava del dovere, piena di impegni, incapace di dire di no, angosciata dall'idea ossessiva di non essere all'altezza. Ebbene, insistere con questo "modello di perfezione" implica un rischio studiato dalla letteratura scientifica: il rischio del burn-out.
Cos'è il burn-out? Burnt-out in inglese significa "bruciato", e in termini tecnici indica il momento in cui un operatore sociale ha un crollo psicologico. Il crollo può manifestarsi con una crisi ansiosa, una depressione, o - molto raramente - con sindromi più gravi. Il processo che porta al burn-out è questo:
1. Per motivi affettivi o per senso del dovere, l'operatore si carica di responsabilità relative al suo servizio e agli assistiti (claustrofilia). In questa fase avviene la rimozione dei bisogni personali.
2. Per essere all'altezza del ruolo l'operatore occulta la propria "debolezza", cioè proprio i bisogni rimossi, che sono bisogni di liberazione relativa dal ruolo e/o di comprensione reciproca.
3. A questo punto l'operatore sviluppa rifiuto o addirittura odio inconscio per il ruolo (claustrofobia), e di conseguenza senso di colpa. La reazione che segue è "riparativa" e l'operatore si obbliga ad una superprestazione: cioè a fare ancora meglio e ancora di più.
4. In seguito a quest'ultima costrizione, l'operatore cede e "scoppia"; va cioè in crisi personale e/o sviluppa malevolenza e desideri di sabotaggio nei confronti del servizio.
E' evidente che una dinamica di tal genere fa male sia agli operatori che ai gruppi che all'intera Associazione. L'helper deve essere consapevole di questo grave rischio e deve sapersene difendere. In che modo? Egli deve sorvegliarsi e mettersi in allarme non appena avverte in sé i sintomi citati.
Quindi: non dovrà correre alla "normalizzazione" di essi (non dovrà "far finta di niente"), ma al contrario cercare aiuto:
a) dal suo terapista (quando ce l'ha);
b) dal suo gruppo, delegando ai più competenti alcune sue funzioni.
Se è in grado di fare ciò l'helper è un vero helper, perché fa circolare la comunicazione. Le zone opache della sua coscienza vengono chiarite dal gruppo; la stessa legittimazione dei bisogni rimossi avviene nel gruppo, e ciò crea la circolazione implicita del ruolo e l'educazione degli utenti alla gestione dei problemi altrui oltre che dei propri.
* Psicoterapeuta e consulente LIDAP

