Il DAP del controllo
“Così come impariamo a riconoscere noi stessi in uno specchio, il bambino diventa consapevole di sé stesso vedendo il suo riflesso nello specchio costituito dalla coscienza che le altre persone hanno di lui”
(Popper e Eccles: L'Io e il suo cervello )
Il
bisogno del contatto
Il “Disturbo da Attacco di Panico” (DAP)
continua a dar luogo a considerazioni e punti di vista diversi ed oggi, tra gli
addetti ai lavori, è molto più facile incontrarsi nella sua definizione
sintomatica che in quella delle cause che possono determinarne il disturbo.
Per la verità ci si incontra anche nella
definizione diagnostica e si ritiene che l'assenza di cause oggettivamente
individuabili cui far risalire la “destrutturazione”, sia uno degli elementi
principali per questo disturbo, altrimenti riconducibile ad altri quadri.
I pochi impianti di ricerca sembrano
sostenere l'aspetto relazionale di questo disturbo (Infrasca, 2001, pag. 94)
che poi, nella descrizione nosografica, continua invece ad essere ricondotto ad
una insufficiente organizzazione difensiva di natura intrapsichica. Tale
dicotomia di vedute si ripropone come un conflitto teorico che, a dispetto
dell'analisi dettagliata di Fonagy (Fonagy, 2001) che suggerisce la necessità
di un incontro tra epistemi, nella lettura diagnostica porta a privilegiare per
il DAP la visione introspettiva di un'individuo incapace a sostenere l'aumento
della tensione psichica (Infrasca, ib., pag.100); questo quadro propone il
soggetto “dapista” come elemento passivo del disturbo ed il sintomo legato ad
esperienze prenatali.
Un altro punto di vista potrebbe invece
considerare l'aggressività, e la sua gestione, come elemento fondante di questo
disturbo e vederlo come attivamente prodotto dal soggetto. È il punto di vista
proposto in questo articolo; è ripreso per approfondimento da quelli precedenti
(vedi sito LIDAP) in cui il DAP è visto ulteriormente come esito di un evento
relazionale coprodotto nel rapporto con le primarie figure genitoriali. Questo
punto di vista penso richieda precisazioni che, ampliando lo spettro visivo,
possono contribuire ad una maggiore definizione diagnostica e descrittiva.
Il DAP e
la cura; il controllo.
Uno degli atteggiamenti che suscitano i
portatori di DAP nelle figure d'aiuto, è quello di attivarsi nel trovare ed
elaborare strumenti e metodi sempre più efficaci per il controllo dell'ansia. È
come se chiedessero continuamente di essere forniti di ulteriori capacità di
“controllo”, di conoscenze tecnico/operative per meglio gestire l'ansia, la
coordinazione, l'organizzazione affettiva, cognitiva, fisiologica così da
riuscire finalmente a dar luogo ad una personalità “competente”. La risposta
degli operatori corrisponde all'atteggiamento e all'intento fatto proprio anche
dai gruppi di auto-mutuo aiuto all'interno dei quali si tenta un “passaggio al
gruppo” delle competenze individuali acquisite in analoghe esperienze.
Sorvoliamo per il momento sulla validità
di questo metodo che, pur avvalendosi di due costrutti evolutivamente
fondamentali, la generalizzazione e l'assimilazione, spesso non tiene conto del
fatto che in alcuni casi la loro utilizzazione ha bisogno di essere
contestualizzata e dinamizzata a rischio, altrimenti, di un utilizzo
inappropriato. Può accadere che la generalizzazione sia applicata impropriamente e l'assimilazione può rivelarsi eccessiva determinando
un'aggiunta e un accumulo di sintomi piuttosto che un loro allentamento e
diluizione. In termini di ansia e attaccamento si può arrivare ad imparare e
assimilare i comportamenti disfunzionali piuttosto che disimpararli o
sostituirli.
Questo accade perchè, anche se
inconsapevolmente, le persone affette da DAP forzano la relazione d'aiuto in
una direzione simil didattica tentando in questo modo una scotomizzazione degli
affetti e, se tale modalità non è indagata come istanza, a volte reciproca,
relazionale rischia di diventare un futile gioco di costante monitoraggio di
acquisizione tecnica.
La cautela da usare nei confronti delle
persone affette da DAP è quindi quella di metterli sull'avviso del fatto che,
anche se a loro può sembrare il contrario, di fatto non sono interessati all'acquisizione
di competenze tecniche ma che queste richieste sono un pretesto usato come
strumento di relazione. Quello che vogliono è affetto, solo che questa richiesta
passa attraverso quella delle competenze.
È come se la domanda fosse mal posta,
oppure come se la risposta dell'operatore fosse deviata dal proprio profilo
relazionale e fosse dicotomizzata. A volte in questa risposta possiamo scorgere
un analogo disturbo della domanda come indice di una matrice relazionale
comune.
Più incisivamente possiamo affermare che
le persone con disturbi di panico sono interessate all'apprendimento pratico,
intendendo per pratico “esperienziale”, delle funzioni relazionali; e per
essere ancora più esplicito direi che è
sempre maggiore l'impressione che il desiderio di queste persone sia quello di
“sperimentare” attraverso il contatto, fisico e psicologico, la possibilità di
distendersi e abbandonarsi in una relazione. Nella pratica clinica, quando
questo stato si realizza, rappresenta la prima vera prova abbandonica di una
persona nello stato di adulto. E rappresenta anche il primo riconoscimento (nel
corpo, di una conoscenza arcaica dimenticata) di un atto riconducibile ai
nostri primi momenti di vita; quello della fiducia.
È doveroso allora chiederci cosa intendiamo
per fiducia?
Parlando del DAP nel DAP non possiamo
assumere un punto di vista meramente cognitivo perchè questo disturbo si
esprime fondamentalmente nel corpo, col corpo, attraverso il corpo per
raggiungere gli altri corpi. Quindi dal punto di vista corporeo non possiamo
che intendere la fiducia come un “atto” (un'azione) piuttosto che un
comportamento; e non possiamo intenderla come un fatto stabile e definitivo.
Possiamo però pensarla come un processo; per esempio come il sentimento che
viene alimentato dalle relazioni in corso e che dipende dalle conferme alle
varie aspettative relazionali. Possiamo quindi considerare la fiducia come un
evento costantemente emergente da momenti evolutivi/relazionali e, guardando
allo sviluppo neonatale, possiamo osservarne la tenacia e il valore per la
sopravvivenza già nelle primissime forme di attaccamento, come ci testimoniano
le osservazioni anche sperimentali di diversi autori (Bowlby, Anzieu).
Lasciandoci sedurre da una tentazione
ancora più estensiva, possiamo pensare di rintracciare i suoi precursori
fin'anche nelle esperienze prenatali dove forse potremmo supporre già in atto i
precursori dei meccanismi autoregolatori dell'esperienza relazionale
individuati da Beebe e Lachmann (2003). Ricerche recenti infatti testimoniano
di ampie competenze prenatali in cui i bambini reagiscono agli agenti esterni (Righetti,
2005); e malgrado l'estrema dipendenza e l'assoluta incapacità di difesa, i
nuovi elementi dai bambini vengono
vissuti con curiosità piuttosto che con timore, almeno fintanto che gli
stimoli non sono avvertiti d'intensità fastidiosa o dolorosa.
In ogni caso quello che possiamo dire con
una buona dose di certezza è che le esperienze neonatali prendono inizio da
comportamenti e stati fisiologici in cui è naturale l'abbandono fiducioso al
liquido/corpo (della madre) che sostiene e con la quale è già in atto una
relazione.
È possibile che questo stato sia in
qualche modo registrato dall'organismo e che possa rappresentare la base di
“appoggio” su cui si fonda la convinzione arcaica della legittimità, del
diritto e della convinzione di trovare qualcosa o qualcuno “in/su cui potersi
abbandonare”.
Stiamo chiaramente parlando di sensazioni
fisiche e corporee che, anche se il periodo evolutivo che stiamo prendendo in
considerazione non ci consente di parlare di codificazione cognitiva, e quindi
di comprensione cosciente, possiamo immaginare che il bambino registri in
qualche modo e arrivi a rappresentarsele come modelli che poi, successivamente
alla nascita, saranno confrontate con le vere esperienze relazionali.
In ogni caso è reale che quelle primarie
sono esperienze che possono essere considerate come scambi con un altro da sé interattivo e
diverso dall'oggetto inanimato; inoltre questi scambi restano diversamente
attivati, dal concepimento in poi, e possono proiettarsi, nella forma di
braccia che sostengono e di corpi che comunicano anche attraverso tensioni
muscolari, forme, ritmi, tempi, odori che colorano i vissuti di “impressioni”
che si incarnano nel bambino.
Queste impressioni sono le emozioni e i
sentimenti vissuti in rapporto all'altro della relazione (Persico, 2002).
Un evento significativo come la nascita
segna un confine definito tra due stati che non sappiamo come identificare o definire
se non immedesimandoci nel bambino. Possiamo immaginare che, ancora nel ventre
materno, le sensazioni di sostegno vissute nel contatto col liquido amniotico,
si trasferiscono alle pareti addominali materne e si può ulteriormente
immaginare che quelle stesse sensazioni siano ricercate, successivamente alla
nascita, nel contatto corporeo con la madre o con chi si prende cura del
bambino. Se stessero così le cose non ci meraviglieremmo se nei contatti
successivi il bambino cercasse di ritrovare le sensazioni termiche di morbidezza,
vibrazioni e odori precedenti; e sembra sia proprio quello che accade
(Righetti, 2005). Sono queste tendenze dei bambini piccoli che ci fanno
ipotizzare che la prima forma di “abbandono all'altro” sia da mettere in
relazione all'abbandono alle braccia di chi si prende cura di lui. È per questo
che parliamo di questo abbandono come di un prolungamento di quello analogo
vissuto nell'utero. E per questo non ne parliamo come un evento, bensì come un
processo fisico-corporeo che può costantemente modificarsi a seconda delle
esperienze vissute nell'evoluzione allo stato adulto.
Se l'aspettativa di queste esperienze
viene delusa, in cui per esempio la capacità o il desiderio di chi si prende
cura del bambino non ha voluto o non ha saputo o non ha potuto incontrare il
suo bisogno, l'organismo si può organizzare in una modalità di apprendimento
(carattere) e nell'assunzione di una postura (atteggiamento relazionale e
modalità di occupazione dello spazio) di evitamento dell'abbandono che può
diventare un modo sia corporeo sia mentale di autosostegno. Può nascere allora
l'obbligo di tenersi su da soli ed imparare a fare a meno degli altri (Persico,
2002). Oppure, come nei casi delle “dipendenze affettive”, si può verificare
l'innesco di un vissuto terrorifico di abbandono per ogni minimo evento di
separazione.
In pratica le cause di questi vissuti
drammatici possono essere ricondotte al prenatale o al postnatale ma sono
ugualmente riconducibili ad eventi relazionali che come tale, poi diversificano
il DAP, dalla depressione o dalla dipendenza affettiva.
È facile intuire quanto questo
atteggiamento derivante dalla delusione può essere carico di una tensione che,
se ripetuta negli anni, può diventare e poi conservare i caratteri
dell'“ostilità” e può spingere ad assumere un comportamento guardingo, cauto,
costantemente sospettoso. Ma può anche far diventare sensibili alle lusinghe,
alle moine dei corteggiatori. Può stimolare il desiderio di sedurre ed essere
sedotto creando un sottostante conflitto col timore della dipendenza.
La reazione a questi eventi sarà diversa
e, mentre nel caso di persone affettivamente dipendenti, l'aggressività non si
trasforma in rabbia ma viene vincolata dentro di sé con un'attenzione costante
alla mediazione relazionale (è la carica enorme di questo bisogno vitale che
rende le persone possibili vittime), in quello che sarà l'attacco di panico
l'energia vitale, aggressiva da “adgredior”, prende la forma della rabbia
volgendosi contro la capacità aggregante ed integrativa dell'io che è probabilmente
vissuta come simbolo della relazione e di tutto ciò che lega. Dal punto di
vista psicofisiologico l'Io che lega è a sua volta prodotto dalle funzioni
sistemiche integrate ed è per questo che l'autoaggressività, pur intenzionata a
colpire solo un oggetto esterno nella materia aggregante, di fatto colpisce
anche il soggetto in quanto l'Io esiste solo nella sua funzione integra.
Possiamo pensare che questo sia uno dei
comportamenti appresi, dalle persone individuate come portatrici di DAP, nelle
ricerche che individuano nell'assenza genitoriale i fattori di rischio
(Infrasca, ib, pag. 94); a livello corporeo riscontriamo l'attivazione di un
tono muscolare superiore alla semplice attività antigravitaria, forse proprio
per combattere questo effetto di rottura del legami, che dà un aspetto
comportamentale rigido e che definiamo “ipertonico”.
E proprio questo atteggiamento, che
richiede un notevole e costante investimento energetico, possiamo ipotizzare
che diventi responsabile di un altro evento scatenante che comunemente viene
visto come scatenante il panico: l'esaurimento delle risorse per il
contenimento dello stress.
Infatti nel DAP le manifestazioni del
disturbo si presentano e si reiterano proprio in occasione di momenti che
richiedono grossi impegni energetici, sia fisici sia mentali. Impegni che si
rivelano anche come contratture corporee suggerendo ulteriormente che potrebbe
darsi sia proprio questa la dinamica che induce al punto di vista che fa
guardare al dap come al problema del controllo.
La differenza proposta dal presente
ragionamento rispetto alle consuete ipotesi è che l'esaurimento energetico dipende dall'aumento
dell'autoaggressività che a sua volta dipende dal sentimento vissuto nei
confronti delle figure importanti. Più aumenta la
frustrazione più aumenta la rabbia, più o meno inconscia, più aumenta
l'aggressività autodiretta, più aumenta la sensazione di non-integrazione e più
aumenta il bisogno di irrigidirsi per tenersi insieme e più aumenta la
difficoltà a lasciarsi andare.
Il controllo diventa così il tema
principale nel vissuto personale. Il controllo nei confronti dei sentimenti
profondi.
E per questo l'uso del medicinale diventa
così controverso ed è così diversificato sia l'utilizzo che se ne fa sia la
gamma utilizzata.
Ma impostare un lavoro terapeutico
esclusivamente sull'aumento delle competenze di controllo, anche se in
principio può sortire un qualche effetto, poi si rivela fallimentare se non è
accompagnato da un impianto psicoterapeutico.
Un ulteriore momento riconducibile
all'aspetto relazionale, e che possiamo considerare più evoluto nella dinamica
della fiducia, è quello in cui assistiamo ad uno spostamento energetico a
livello oculare (occhi) in cui il senso della visione diventa la funzione
sensoriale privilegiata da una certa epoca evolutiva in poi.
Noi tutti in genere guardiamo le persone
in modo diverso da quando guardiamo gli oggetti; dagli inizi della vita negli
occhi degli altri cerchiamo la conferma delle varie manipolazioni oggettuali come
negli occhi delle figure di cura il bambino cerca la fiducia. Negli occhi di
queste figure è cercata la conferma della stabilità e del desiderio della
relazione, sono cercate le prime certezze e, di lì a poco, ci si evolve nella
ricerca delle prime conferme di ciò che si è capaci, di ciò che si è e di ciò
per cui si è e si ritiene e si desidera essere competenti.
Così, come prima della nascita, anche
negli anni successivi la comunicazione continua su un piano corporeo e gli
occhi veicolano messaggi usando le capacità fisiologiche di cui sono portatori
(movimenti di contrazione e decontrazione pupillare e dei vari muscoli del
distretto oculare) e che rendono conto dell'espressività del volto
compartecipando con altri distretti muscolari ed epidermici.
Nei casi di DAP è possibile che anche in questa seconda
fase evolutiva (considerando primaria quella uterina) si sia verificato che
l'emergenza della fiducia sia stata tradita. È possibile si sia verificato che
gli occhi dell'altro, che dovevano comunicare la certezza e il piacere di
“potercela fare” nel confronto con le continue e progressive difficoltà della
vita, si siano svuotati (per depressione, per disinteresse, perché attratti da
altro o per dovere verso altri impegni) o anche solo distolti. È possibile che
queste persone si siano scoperti “soli” a cercare di capire il motivo e il
senso di questa solitudine e a tentare in tutti i modi immaginabili di
ricostruire e finalmente “meritare” questo contatto.
Diventa difficile immaginare una possibilità di controllo oculare in queste condizioni. Una difficoltà innanzi tutto relazionale non può che passare principalmente da messaggi oculari perchè la cosa più difficile è proprio sostenere lo sguardo di chi ci è vicino quando si è vissuti da sentimenti di rabbia anche se inconsapevole[1].
Da queste osservazioni nasce la necessità
di suggerire una forma di cautela alle persone affette da DAP.
Pur riscontrando in queste persone
l'effettiva necessità di un intervento psicoterapeutico, e pur essendo il disturbo
riconducibile alla relazione e ritenendo quindi tale intervento l'unico capace
di un ripristino della normalizzazione relazionale, l'esperienza clinica sembra
suggerire che il loro interesse nei confronti della psicoterapia non sia reale.
Proprio il tema del controllo rende queste
persone non sempre veramente interessate all'analisi del proprio comportamento
e delle dinamiche delle relazioni in corso, quanto invece lo sono nei confronti
dell'acquisizione di strumenti e competenze che possano renderle più capaci del
controllo dell'Io (e anche del disturbo, attraverso la fortificazione dell'Io)
e, di riflesso, della relazione. In tal modo quell'Io dinamicamente aggredito è
visto e presentato come oggetto da fortificare ed è proprio questo, a volte, a
decretare il fallimento di qualunque intervento in una relazione di cura
colludente con tale progetto. Più l'io si fortifica, e acquista in capacità di
lettura e controllo del mondo relazionale, più acquista anche in scaltrezza e
più diventa capace di aggressione, autoaggressione e indifferenza.
Ad
un'indagine approfondita della dinamica terapeutica, queste persone possono
rivelarsi interessate solo ad un aspetto strumentale della relazione e possono
trovarsi a colludere con modalità terapeutiche specifiche pur di ottenere
maggiori capacità gestionali. Cioè possono vivere la psicoterapia non come
strumento per conoscersi meglio, ma come occasione per acquisire maggiori
strumenti di controllo relazionale.
Nell'acquisizione di questi strumenti non
c'è niente di male quando il fine è quello di realizzare migliori rapporti
interpersonali; in questo caso però si ha l'impressione che lo scopo sia quello
di avere un maggior potere contrattuale nelle relazioni e un maggior controllo
nella scotomizzazione dei sentimenti profondi.
Allora coloro che soffrono del disturbo di
panico devono essere messi sull'avviso della possibile presenza, in loro
stessi, di una profonda incapacità a mettersi in discussione e che è possibile
abbiano strutturato negli anni una convinzione circa la legittimità dei loro
bisogni, anche se irrazionali ed eccessivi; bisogni di cui magari non si
rendono conto perchè normalizzati nella quotidianità ma che se fossero
rivisitati alla luce del loro originario bisogno d'amore e alla luce della loro
profonda e intima solitudine, potrebbero portare a maggiore consapevolezza il
loro terrore di rivivere il rischio della perdita del senso di realtà
relazionale, che hanno già sperimentato e che ha contribuito a costruire la
loro esistenza.
Tutto questo complica il lavoro
psicologico e analitico. L'aggressività di cui queste persone si sono caricate
negli anni, e che è colpevole dell'innesco del DAP, è troppa e tutta rivolta
contro le figure affettivamente significative e a quello che dentro di loro
queste persone rappresentano. L'antica aggressività naturale (adgredior)
caratterizzata dalla spinta verso l'altro, il gioco, l'amore, la relazione, si
è persa negli atteggiamenti mentali e corporei irrigiditisi nel bisogno di
sopravvivere affettivamente.
Queste dinamiche possono arrivare a
prendere vie perverse così che, quando nell'età adulta si crea l'occasione
perché cominci a formarsi la stima e la fiducia nei confronti di coloro che si
propongono come agenti di cura, durante una psicoterapia o supporti e sostegni
di qualsiasi tipo, i portatori e le portatrici di questo disturbo possono
cominciare ad avvertire sentimenti conflittuali di insofferenza, se non proprio
di antipatia e odio, oltre che di stima e invidia. Le figure d'aiuto vengono
sentite, viste e percepite come detentori di quelle competenze relazionali (intese
come “capacità di controllo dei propri sentimenti e di quelli degli altri”) che
vorrebbero loro e che hanno sempre perseguito. Le persone che aiutano possono diventare
i catalizzatori di tutta questa aggressività perché sono vissuti come
replicanti le originarie figure care (genitoriali) da cui i portatori di DAP si
sono sentiti traditi ed è addirittura possibile che con queste attuali figure venga
replicata l'antica “prova di affidabilità” rendendo il rapporto esasperante al
solo scopo di verificarne la sostenibilità reciproca.
Nel “dapista” allora possiamo leggere
l'incapacità a perdonare quell'antico tradimento ed è quest'incapacità a
caratterizzare il dap come disturbo relazionale.
Proviamo a concludere sinteticamente: nel
disturbo di panico possiamo osservare la sovrapposizione di due vissuti: uno
relativo alle competenze dell'Io, quindi legato all'aspetto narcisistico di chi
ha bisogno di arricchire un bagaglio di capacità per essere o dimostrarsi
competente (come si ritiene debba essere un adulto). Questo aspetto è riferito
anche da molti altri autori che si rifanno anche ad osservazioni sistematiche
(Infrasca, 2001); l'altro aspetto è relativo alla persecutorietà proiettata che
darebbe ragione dell'aggressività autodiretta causa del disturbo.
È da quest'ultimo aspetto che possiamo
cogliere un cambiamento di posizione nel modo in cui considerare il disturbo di
panico.
In genere considerata una persona fragile
e incapace di sostenere un aumento di situazioni stressanti, possiamo provare a
pensare ai “dapisti” anche come persone molto tenaci e costantemente impegnate
a “stringere i denti” e a farsi forza. Sarebbero persone attive e in un certo
senso artefici del disturbo piuttosto che passive e vittime di una deficienza
costituzionale, e proprio quest'attività costantemente sui limiti potrebbe
essere la causa dell'esaurimento, anziché la supposta patologica carenza
energetica.
L'aspetto narcisistico non si esaurisce
nell'indurre uno stringere i denti ma complica ulteriormente il quadro
concorrendo a rendere queste persone indisponibili ad una psicoterapia tanto
quanto invece le predispone ad accogliere con favore l'apprendimento di
tecniche comportamentali e relazionali facilitanti sia la comunicazione sia il controllo
sociale e personale.
Un vero aiuto per queste persone allora
dovrebbe passare attraverso il riconoscimento del fatto che in loro è possibile
esista l'erronea convinzione che il loro comportamento è adeguato, normale e
che non c'è alcuna cosa da cambiare nel loro carattere. Che in profondità
pensano che quello che c'è di sbagliato nelle relazioni che instaurano è
sicuramente dovuto agli altri e al loro modo di essere.
Queste altre persone, che possono anche
essere persone care, arrivano ad essere considerate ostili e affettivamente
avare o incapaci.
E per tenerle a bada, tenendo a bada la
relazione nel suo complesso e gli aspetti di sé che possono sfuggire al
controllo, così da mostrare una maggiore padronanza e competenza, lo strumento
principe è il medicinale. Ma a volte, pur essendo spesso indispensabile, è
anche il modo migliore per tenere distanti e silenti i sentimenti.
È con quest'ultima convinzione che gli operatori si ritrovano spesso a colludere rischiando l'instaurarsi di un giro vizioso all'interno del quale l'apporto medico diventa indispensabile e dominante diventa la dinamica del controllo che tanto avvicina il problema del DAP a quello delle “dipendenze affettive”.
Giuseppe Ciardiello
Psicologo e psicoterapeuta
Consulente Lidap
1 Mi sembra di poter ricondurre queste osservazioni ad alcune note di Kohut:: “L'esibizionismo del bambino deve essere gradualmente desessualizzato e subordinato alle sue attività rivolte a una meta; ciò si raggiunge meglio attraverso le frustrazioni graduali, accompagnate da sostegno amorevole, mentre i vari atteggiamenti manifesti e latenti di rifiuto o di eccessiva indulgenza (specialmente l'amalgama di essi o il loro rapido e imprevedibile alternarsi) costituiscono il terreno emotivo per una vasta gamma di disturbi. Sebbene i risultati dannosi siano molto svariati, andando da un'ipocondria grave a forme lievi di difficoltà, parlando da un punto di vista metapsicologico si tratta sempre di stati di aumentata tensione esibizionistica con modalità di scarica incomplete e aberranti. In tutte queste condizioni l'Io cerca di assicurarsi la partecipazione dell'oggetto nell'esibizionismo del sé narcisistico, ma, dopo il rifiuto da parte dell'oggetto, la scarica libera di libido narcisistica viene a mancare; invece di una piacevole soffusione della superficie corporea, vi è il calore di uno spiacevole arrossire; invece della piacevole conferma del valore, della bellezza e dell'amabilità del Sé, vi è una vergogna penosa.” da Heinz Kohut; “La ricerca del Sé”, Boringhieri, 1982. Pag. 92.
Bibliografia
B. Beebe e F. M.
Lachmann, “Infant Research e trattamento degli adulti”, Raffaello
Cortina ed., 2003.
J. Bowlby, “Costruzione
e rottura dei legami affettivi”, Raffaello Cortina ed., 1982.
P. Fonagy, “Psicoanalisi
e teoria dell'attaccamento”, Raffaello Cortina ed., 2001.
R. Infrasca, “Il
disturbo da attacchi di panico. Dalla comprensione alla terapia”, F.
Angeli ed., 2001.
G. Persico, “La
ninna nanna. Dall'abbraccio materno alla psicofisiologia della relazione umana”,
Edizioni Universitarie Romane ed., 2002.
P. L. Righetti, “Sostegno
psicologico in gravidanza”, Magi ed., 2005.
V. Ruggieri, “L'esperienza
estetica. Fondamenti psicofisiologici per un'educazione estetica”,
Armando Ed., 1997.
H. Kohut, “La
ricerca del Sé”, Boringhieri ed., 1982.


