IL CONCETTO DI GUARIGIONE
di Olimpia Degni
Molto spesso le persone che soffrono di disturbi d'ansia e contattano la Lidap, pongono a chi le ascolta, a chi ha vissuto in prima persona la stessa esperienza sintomatica, una richiesta esplicita: è possibile guarire? Ci si può liberare dei fastidiosi e limitanti sintomi? Si può sconfiggere il panico? In che modo, in quanto tempo?
A queste domande non è certo facile rispondere, soprattutto perché, per farlo è necessario far luce sul concetto di guarigione. Guarire, significa ritrovare un equilibrio perduto, una condizione di benessere fisico e psichico, all'interno della quale ogni individuo attribuisce un senso alla propria esistenza. Che significato assume allora il sintomo? E' una espressione di uno squilibrio fisiologico, è il segnale di un conflitto irrisolto, la spia di un malessere dell'anima? E' sicuramente tutto questo, se crediamo nell'unità psicofisica dell'individuo, se attribuiamo al corpo la possibilità di esprimere, attraverso un linguaggio somatico, fatto di alterazioni fisiologiche e biochimiche, un disagio psicologico ed esistenziale che non ha trovato sino a quel momento, una possibilità di gestione e risoluzione.
Nel disturbo da attacchi di panico, il sintomo non può rimanere "inascoltato" perché invade progressivamente con forza ogni aspetto dei vissuto soggettivo, inteso come relazione con se stessi, con gli altri, coi mondo, sino a coartare completamente (in alcuni casi) ogni espressione vitale. La realtà interna ed esterna è vissuta nella dimensione dell'ansia, dell'evitamento, dell'angoscia.
Accettare questa dimensione del sé consente di spezzare questo circolo vizioso, di cercare aiuto, nella misura in cui le risorse personali risultano insufficienti e inaccessibili. Gestire la crisi può significare ricorrere ai farmaci, per ritrovare la possibilità di guardarsi dentro e ricercare in se stessi la personale "via di guarigione".
Questo momento, spesso coincide con la scelta di iniziare una psicoterapia, ed è in questa esperienza che si definisce uno "spazio ed un tempo" per interpretare il linguaggio sintomatico, per decodificare il suo messaggio, per indagare le sue ragioni, le cause, i conflitti, le paure. Entrare nelle dimensioni inesplorate della propria personalità rende possibile liberare se stessi dal blocco, dall'inerzia, dal buio in cui si è perso il contatto con la propria interiorità e si è costruita la propria soggettività nel sintomo.
Esplorare l'inconscio significa interpretare i suoi simboli , ritrovare la propria fonte di energia interiore ed utilizzarla , trasformare quanto è cristallizzato nel "rnal-essere" per ricostruire i ponti tra la realtà interna e quella esterna prendendo coscienza delle proprie fragilità, dei propri limiti, ma concependo questi come sfide stimolanti, attraverso le quali le dimensioni della personalità si attivano nella progettualità di un'esistenza che sia il più possibile espressione di desideri, bisogni, parti del proprio sé risvegliate. Ecco che il sintomo in questa luce può essere vissuto come una grande opportunità di crescita fonte di trasformazione e cambiamento.
GRAVIDANZA, ATTACCHI DI PANICO E FARMACI
di Ferdinando Galassi
Centro di Terapia Cognitivo-Comportamentale
Unità Operativa di Psichiatria
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell'Universita' di Firenze
A partire da Darwin e dai successivi studi sull'evoluzione naturale, l'uomo è considerato un animale adattabile che segue le regole principali per la continuazione della specie. In termini evoluzionisti per la continuazione della specie sono fondamentali due parametri: la sopravvivenza e la riproduzione.
In altre parole procreare è il fine assoluto che hanno tutti gli esseri viventi e tutti gli organismi sono perfettamente predisposti sia da un punto di vista biologico che da un punto di vista psicologico all'atto procreativo.
Viene da pensare che dovrebbe essere l'atto più naturale e facile del mondo e che solo noi con le nostre attitudini a complicare le cose semplici, possiamo renderlo difficoltoso.
Certo che la gravidanza e' un periodo di profondi cambiamenti sociali, psicologici e ormonali e questi cambiamenti possono perturbare il sistema cognitivo-emotivo provocando squilibri psicologici oltre che biologici.
Nel primo trimestre della gravidanza vomito e nausea sono frequenti (50-70%) e sono collegati da un lato all'aumento di concentrazione delle gonadotropine corioniche dall'altro a fattori psicologici.
Questi ultimi possono ricondursi a conflittualità fra accettazione e rifiuto di maternità, storie precedenti di interruzioni di gravidanze, reciprocità con figure materne poco positive nei riguardi della maternità, ambiente sociale con disagi economici e residenziali, mancanza di supporto nell'accudimento del bambino, difficoltà alla responsabilizzazione, difficoltà a sentirsi confortate nel rapporto con il compagno, ecc.
La gravidanza costituisce essenzialmente un fattore di stress a causa dei profondi cambiamenti che evoca e che possono portare a un grande impegno emotivo che determina a volte disturbi di tipo psichiatrico. Tuttavia si osserva che in donne con disturbi di tipo affettivo maggiore e schizofrenico il rischio delle ricadute diminuisce in gravidanza e, quindi, la gravidanza sembra essere più un fattore protettivo che di rischio (la motivazione di avere un figlio sembra essere un fattore più importante di tutto).
Stessa cosa accade per disturbi di panico e ossessivi perché raramente si struttura una sindrome vera e propria.
Ci sono stati studi di vario tipo per identificare qual è il fattore ormonale che fa essere la gravidanza protettiva rispetto agli attacchi di panico, ma a tutt'oggi, non è stato identificato niente con certezza.
Sintomi di tipo nevrotico possono, comunque, essere presenti in gravidanza: il 40% delle donne presenta ansia, stanchezza, labilità emotiva, insonnia, depressione soprattutto nel terzo trimestre.
La presenza di sintomatologia ansiosa e depressiva è presente con una certa frequenza anche nel primo trimestre di gravidanza.
Comunque, i sintomi che si presentano sono sostanzialmente aspecifici e difficilmente si strutturano disturbi psichiatrici veri e propri.
Un quadro clinico che si può presentare dopo il parto è la depressione puerperale che ha le caratteristiche di una depressione classica; in genere segue a quella che viene chiamata "maternity blues", che comprende pianto, tristezza, difficoltà a concentrarsi, stanchezza e irritabilità e che appare qualche giorno dopo il parto; tuttavia nella maggior parte dei casi il "maternity blues" non evolve in depressione.
La presenza di sintomi di tipo ansioso o depressivo durante la gravidanza e l'allattamento porta a valutare con attenzione la prescrizione di eventuali terapie farmacologiche; le osservazioni dovranno essere effettuate con un'accentuata prudenza proponendosi soluzioni diverse da caso a caso.
Le terapie antidepressive con triciclici possono essere somministrate nel secondo e nel terzo trimestre di gravidanza mentre, nel primo trimestre, va effettuata con prudenza una terapia di questo tipo.
Naturalmente il farmaco antidepressivo va ridotto il più possibile per non caricare troppo un organismo che è già abbastanza "stressato" dalle modifiche ormonali.
Le terapie antidepressive con inibitori delle monoaminossidasi e con farmaci serotoninergici, in genere, sono sconsigliate.
I farmaci neurolettici (specialmente la clorpromazina) possono essere presi per tutto il periodo della gravidanza anche se sono consigliate diminuzioni del dosaggio.
Le benzodiazepine vanno usate con grande cautela nel primo e nel terzo periodo mentre nel secondo possono essere impiegate senza grande cautela.
Un uso non continuativo delle benzodiazepine può essere fatto in persone che ne hanno effettiva necessita': in questo caso la terapia deve essere seguita costantemente dallo psichiatra che valuterà di volta in volta il dosaggio che tendenzialmente dovrà essere ridotto.
Farmaci da interrompere velocemente sono il litio e la carbamazepina perché effettivamente teratogeniche.
Per finire, tenderei a rassicurare le persone che soffrono di attacchi di panico sia perché la gravidanza sembra essere più un fattore protettivo che di rischio sia perché molti farmaci psichiatrici non hanno caratteristiche farmacologiche nocive per il bambino.
Molti figli di "Anafranil" sono nati e molti figli di persone con disturbi tali da controindicare la sospensione di trattamenti sono ugualmente nati con la soddisfazione dei genitori e degli psichiatri che sono stati loro accanto.
LA FUNZIONE DELL'HELPER
di Alma Chiavarini
Nell'incontro tra tutti i docenti dei tre "Corsi di formazione per Helper Lidap" del '98, (promosso a Firenze il 10 ottobre scorso), finalizzato a confrontare i punti di forza e gli aspetti critici di ciascuna esperienza, sono emerse considerazioni, valutazioni ed elaborazioni, che entrano a far parte del nostro patrimonio storico di conoscenze e che sono estremamente significative per indirizzare e organizzare il terzo corso per helper, ormai alle porte.
L'elemento di rilevante importanza, che ha trovato l'accordo di tutti i docenti presenti e che merita quindi un dibattito esteso a tutti noi associati, è stata la presa d'atto dell'evoluzione del ruolo dell'helper nei nostri gruppi di auto-aiuto.
La finalità dei nostri gruppi è che ogni persona, che inizialmente si percepisce spesso solo come "bisognosa d'aiuto", possa sperimentare di essere persona in grado di "dare aiuto"; da soggetto passivo, quindi, diviene soggetto attivo, verso se stesso e verso gli altri.
Partendo dall'assunto che la caratteristica fondamentale del gruppo di auto-aiuto è il suo essere un contesto orizzontale tra pari e che l'assenza della guida di un conduttore professionista permette a ciascun membro di non poter delegare all'esperto la responsabilità del proprio percorso e la responsabilità complessiva di sé, nella Lidap siamo man mano passati dalla tendenza iniziale al formare "conduttori di gruppo", a quella di formare "facilitatori della comunicazione", spostando il carico delle responsabilità sul gruppo.
Si è ritenuto di fatto, che la formazione non può essere intesa come ricerca di conoscenze, atte a mettere in grado un membro del gruppo di dare le risposte giuste a ogni richiesta o problematica; ma come l'acquisizione di sensibilità, tecniche e abilità nella comunicazione, che questi possa mettere a disposizione dell'intero gruppo, nel suo corale percorso di ricerca.
Ciò per sottolineare che il segreto di una conduzione riuscita è legato alla coscienza "dell'assenza dell'esistenza" di risposte giuste e preconfezionate da dare.
Ci si vuole sempre più allontanare dal pericolo che, qualche volta, il ruolo del "conduttore" possa essere inteso, "sic et simpliciter", come l'acquisizione di un patentino per "condurre", per fare cioè il salto dal ruolo di "chi ha il problema" a quello di "chi può aiutare gli altri".
Anche quando questo fenomeno non si verifica del tutto, tuttavia una conduzione, seppur non professionista, che rimane incentrata su "un referente troppo importante", può ugualmente bloccare il processo orizzontale di attivazione delle risorse dei singoli membri, facendo rischiare, tra l'altro, un temibile e pericoloso scimmiottamento del ruolo interpretativo del terapeuta, che operi all'interno di un gruppo di terapia.
E' il contesto di buona comunicazione orizzontale, di sospensione del giudizio e del pregiudizio del proprio modello mentale, che consente la libera espressione di ciascun membro; di fatto la relazione di ascolto dell'altro e la risposta, che coincide con la riflessione su di sé (che sono i motori del processo di cambiamento) è ciò che l'helper deve saper garantire.
L'idea, quindi, è quella di andare, in futuro, verso una conduzione circolare, ripartita tra tutti i membri del gruppo.
CORRELAZIONI TRA "MOBBING" E DAP
di Mario Meucci - Redattore capo di "Lavoro e Previdenza Oggi"
Definizione di "mobbing"
Il 13 ottobre c.a. è stato presentato al Senato, con il n. 4265, un D.L. (ad iniziativa, fra gli altri, dei Sen. Tapparo, De Luca e Smuraglia) rivolto a contrastare la pratica - diffusa nei posti di lavoro (della PeaceA., delle banche e assicurazioni, delle imprese industriali e commerciali, ecc.) - della vessazione e del sopruso sistematico posto in essere a carico di un lavoratore dai suoi colleghi e/o superiori, oramai nota con il nome di "mobbing".
In questa sede non interessa tanto un'analisi giuridica delle misure repressive e risarcitorie (di danno morale, di indotta dequalificazione professionale e di danno biologico) contemplate dal predetto D.L. (il cui esame giuridico è oggetto, da parte nostra, sul n. 12/1999 della Rivista giuridica "Lavoro e previdenza Oggi") quanto focalizzare l'attenzione al riscontro delle correlazioni e/o della sussistenza di un vero e proprio "nesso di causalità diretta o di concausa determinante" tra "mobbing" e sindrome DAPeace
Vediamo innanzi tutto di definire il "mobbing".
Consiste in una pratica vessatoria, fatta di soprusi e di angherie, di screditamento, di voci di inaffidabilità e di supposta incompetenza - fatte circolare artatamente nell'ambiente di lavoro da colleghi o superiori (cui si è invisi), a carico di un lavoratore di norma di medio/alta professionalità (giacché essa suscita l'invidia scatenante il "mobbing") - che ha l'effetto e lo scopo di determinare una condizione di emarginazione della vittima, il suo demansionamento, la privazione dei compiti più qualificanti della sua prestazione e finanche una condizione stabile (o prolungata) di inattività forzata, propedeutica a spingerlo alle dimissioni. Il "mobbing" è oramai una realtà studiata ed assodata e si stima che in Europa oltre l'8% dei lavoratori sia stato oggetto di intimidazioni o soprusi da parte di persone in organico alla stessa azienda. Tradotto in numeri ciò significa che i "mobbizzati" sono stati circa 12 milioni nel vecchio Continente, di cui almeno un milione in Italia, ove l'indagine sul fenomeno ha preso piede molto più tardi.
Si definisce "mobbing" - dal verbo inglese "to mob" (significante "assalto di gentaglia o plebaglia"), e dal latino "mobile vulgus" (che significa appunto "il movimento della gentaglia") - l'aggressione della gentaglia d'ufficio nei confronti del novellino, del più bravo e del più ambizioso. Il vocabolo "mobbing" è molto usato anche nel mondo animale per descrivere il comportamento di aggressione del "branco nei confronti di un animale o esemplare isolato".
Si può quindi definire "mobbing" - quale violenza sul posto di lavoro - la "aggressione" sistematica posta in essere dal datore di lavoro o da un suo preposto o superiore gerarchico oppure anche da colleghi o compagni di lavoro, con chiari intenti discriminatori e persecutori, protesi ad emarginare progressivamente un determinato lavoratore nell'ambiente di lavoro ed ad indurlo alle dimissioni, per ragioni di concorrenza, gelosia, invidia o di altro comportamento o sentimento socialmente deprecabile.
Per comprendere la violenza da "mobbing" bisogna rifarsi alle indagini ed agli scritti del primo e del più autorevole studioso di questa patologia: Heinz Leymann (nell'opera "Il contenuto e lo sviluppo del mobbing sul lavoro", risalente al 1990, cui ha fatto seguito, nello stesso decennio, "Il mobbing sul lavoro e lo sviluppo delle malattie post-traumatiche da stress").
Le indagini furono effettuate inizialmente in Svezia negli anni '80 ed evidenziarono come il "mobbing" sul lavoro (che ha come corrispondente il "bullismo" tra gli studenti ed il "nonnismo" nella vita militare) fosse una incisiva forma di prepotenza, vessazione, molestia e di stress sociale sul posto di lavoro, che si caratterizzava sia nelle forme minori dell'isolamento sociale di una persona, nel chiacchiericcio o dicerie inventate su di esso a fini di screditamento, sia nelle manifestazioni più pesanti consistenti nel privarlo di lavoro e lasciarlo inattivo, ovvero nell'assegnargli compiti ed incarichi al disotto o al disopra della sua qualificazione professionale al fine di porlo in difficoltà, nelle minacce di cacciarlo dall'azienda o nelle violenze fisiche. L'intento ed il risultato finale delle iniziative persecutorie da "mobbing" era (e resta) quello di indurre la vittima a lasciare l'azienda, tramite normalmente atto di dimissioni o pensionamento anticipato in ragione dell'insostenibilità psicologica della situazione stressante.
Leymann definisce il "mobbing" sul lavoro "una forma di terrorismo psicologico che implica un atteggiamento ostile e non etico posto in essere in forma sistematica - e non occasionale o episodica - da una o più persone, eminentemente nei confronti di un solo individuo il quale, a causa del mobbing, viene a trovarsi in una condizione indifesa e fatto oggetto di una serie di iniziative vessatorie e persecutorie. Queste iniziative debbono ricorrere con una determinata frequenza (statisticamente: almeno una volta alla settimana) e nell'arco di un lungo periodo di tempo (statisticamente: per almeno sei mesi di durata). A causa dell'alta frequenza e della lunga durata del comportamento ostile, questa forma di maltrattamento determina considerevoli sofferenze mentali, psicosomatiche e sociali".
La definizione di "mobbing" esclude dal suo campo i "conflitti temporanei" e focalizza l'attenzione sul momento in cui la durata e l'intensità del comportamento vessatorio determina condizioni patologiche dal punto di vista psichiatrico o psicosomatico. Si distingue, infine, dal "bullismo" studentesco o dal "nonnismo" militare perché mentre queste ultime forme di aggressione sono fortemente caratterizzate da atti di violenza o minaccia fisica, il "mobbing" sul posto di lavoro raramente sfocia in violenza fisica ma è caratterizzato da "comportamenti subdoli e molto più sofisticati".
Tipologia delle iniziative di "mobbing"
Nei suoi studi Leymann identifica 5 tipologie di iniziative tramite cui si attualizza il "mobbing" quale "sistematica attività ostile posta in essere da colleghi o dai superiori nei confronti di un lavoratore":
- le iniziative incidenti sulla possibilità della vittima di comunicare adeguatamente in azienda (il management non gli fornisce possibilità di comunicare, gli impone il silenzio, la vittima è soggetta ad attacchi e critiche nei confronti del lavoro assegnatogli e dei risultati dello stesso, a minacce verbali, ad iniziative di rifiuto, ecc.);
- le iniziative preclusive per la vittima di mantenere contatti sociali (i colleghi non parlano più con la vittima o alla vittima è vietato dal management di parlare con loro, la vittima è isolata in una stanza dal resto dei colleghi, ecc.);
- le iniziative impeditive per la vittima di mantenere integra la propria reputazione personale (a causa di pettegolezzi su di essa, di ridicolizzazioni, di enfatizzazioni degli eventuali handicap o caratteristiche etniche o di particolarità del modo di parlare, camminare o vestire, ecc.);
- le iniziative pregiudizievoli della posizione occupazionale (alla vittima non viene assegnato alcun lavoro ovvero lavori insignificanti, ecc.);
- le iniziative pregiudizievoli della salute psichica (alla vittima vengono assegnati lavori o incarichi pericolosi o insopportabili, viene minacciata o aggredita fisicamente, è molestata sessualmente in forma attiva, ecc.).
Non è difficile per ciascuno di noi riscontrare in questo elenco tipologico la maggior parte delle forme di prevaricazione, di sopruso e di aggressione di cui si sostanzia il "mobbing" nei posti di lavoro, tant'è che gli estensori del D.L. innanzi citato hanno incluso correttamente tra le forme di violenza morale e di persecuzione psicologica - che per essere sanzionabili debbono essere attuate "con carattere sistematico, duraturo ed intenso" - "gli atti vessatori, persecutori, le critiche e i maltrattamenti verbali esasperati, l'offesa alla dignità, la delegittimazione d'immagine, comunque attuati da superiori, pari grado, inferiori e datori di lavoro" - cui sono equiparati "la rimozione da incarichi, l'esclusione o immotivata marginalizzazione dalla normale comunicazione aziendale, la sottostima sistematica dei risultati, l'attribuzione di compiti molto al di sopra delle possibilità professionali o della condizione fisica e di salute" - aventi la finalità e l'effetto di "mirare a discriminare, screditare o, comunque, danneggiare il lavoratore nella propria carriera, status, potere formale ed informale, grado d'influenza sugli altri" (così ex art. 2, D.L. cit.).
I danni all'integrità psico-fisica: la sindrome DAP
Le iniziative di aggressione psicologica comportano per le vittime del "mobbing" una serie di danni alla salute che consistono usualmente in: depressione, ansia, attacchi di panico (sindrome DAP), ipertensione arteriosa, difficoltà di concentrazione, dermatosi, tachicardia, tremori, oppressione immotivata, mal di schiena, mal di testa o sensazione di "testa compressa", sensazioni di "nodo alla gola" e di "fame d'aria", mani sudate, sensazioni di caldo e di freddo agli arti, sensazioni di sbandamento e di difficoltà di deambulazione, debolezza, disturbi gastrointestinali e frequenza urinaria, abbassamento delle difese immunitarie.
Le indagini di Leymann hanno portato ad accertare che in Svezia almeno il 15% dei suicidi è riconducibile alle persecuzioni da "mobbing".
Nella letteratura medica, una delle patologie più ricorrenti, indotte causalmente dal "mobbing, è la sindrome d'attacchi di panico (o DAP), ben nota a tutti i lettori della nostra newsletter.
La sindrome DAP o d'attacchi di panico (con o senza agorafobia) è, per i non addetti ai lavori, una sindrome che determina improvvise paure immotivate, con attacchi di panico violentissimi, con sensazione di morte imminente e contemporanea perdita del controllo di se stessi, attacchi che si esauriscono nel giro di 10 o 20 minuti (con frequenza giornaliera o settimanale) ma che lasciano la vittima spossata e scossa al punto tale da fargli temere con terrore la probabile reiterazione degli stessi e da indurlo a comportamenti di evitamento di luoghi aperti o affollati (quali strade, piazze, supermercati, ristoranti e simili) o di mezzi di locomozione (auto, treni, aerei, bus, ascensori) dai quali, all'approssimarsi dei sintomi della crisi di panico, non può allontanarsi e trovare un'agevole via di fuga. L'evitamento di questi usuali presidi per lo svolgimento di una normale vita di relazione portano la vittima a restringere il proprio ambito di spostamento urbano che, divenendo sempre più circoscritto, lo inducono ad una condizione di c.d. "arresti domiciliari", in dipendenza diretta della preferenza per la permanenza nella propria abitazione che gli garantisce sicurezza. Il soggetto può disimpegnare un minimo di incombenze di vita sociale solo con l'accompagnamento da parte di una persona (familiare, domestico, ecc.) che gli trasferisce sicurezza e che lo rassicura con la sua presenza durante le crisi di panico, nel corso delle quali la sensazione della vittima è quella di impazzire improvvisamente con perdita del senso della ragione e del controllo su di se. La conseguenza disastrosa di tale sindrome è che il paziente perde totalmente la sua autonomia e versa - in assenza di una persona di supporto - in difficoltà anche per il disimpegno delle normali attività di sussistenza (fare la spesa, recarsi all'ufficio postale, in banca, ecc.), cosicché la sindrome risulta fortemente invalidante. Sembra - ad una prima diagnosi ricorrente nelle perizie medico legali con le quali alcuni "mobbizzati" (e "dappisti") hanno supportato le loro iniziative giudiziarie a fini di risarcimento di danno nei confronti dei datori di lavoro e dei colleghi persecutori - che il motivo per cui il "mobbizzato" viene colpito dalle crisi di panico si spieghi con il fatto che, per effetto delle iniziative persecutorie ed emarginanti poste in atto nella sede di lavoro, il "mobbizzato" inizia a macerarsi, pensa a cosa può aver fatto di male per meritarsi l'emarginazione, comincia a bussare a tutte le porte cercando di trovare ragioni che non esistono e così facendo contrae o si provoca inconsapevolmente ed a livello subliminale dei sensi di colpa, perde il senso dell'autostima, si induce una alterazione dei suoi equilibri chimici a livello mentale e diventa vulnerabilissimo, incapace di sostenere il confronto o addirittura il colloquio con un proprio simile che inizia a temere considerando ognuno "homo homini lupus", in ragione del suo vissuto lavorativo.
Non è un caso che ad essere colpiti dal mobbing (e conseguentemente dalla sindrome DAP) siano il più delle volte lavoratori professionali con un curriculum di ottimo livello e dalle molteplici esperienze - normalmente provenienti da aziende esterne e non assunti ab initio dall'azienda ove si immettono, portatori quindi di una professionalità altamente concorrenziale per gli interni in quanto maturata in altri contesti più evoluti organizzativamente - giacché proprio per questo motivo meno di altri riescono ad adattarsi a vetusti metodi di lavoro che non sono certamente i migliori ed i più efficienti per l'azienda in cui si vanno ad inserire. Queste loro capacità, l'integrità morale di cui sono portatori e la scarsa (o nulla) propensione al compromesso (o come si dice a comportarsi da "uomini di mondo") non li rendono particolarmente simpatici ai componenti del c.d. "branco" dei neo colleghi, che si coalizzano nell'aggredirli moralmente e psicologicamente, con grave offesa alla loro dignità e pregiudizio per la loro salute. I colleghi gli fanno il vuoto attorno, le comunicazioni e le informazioni aziendali vengono loro precluse (anche tramite l'occultamento materiale di circolari e veline o la mancata trasmissione di altra documentazione di lavoro), vengono evitati quasi fossero degli appestati, alla loro comparsa i discorsi si interrompono, l'azienda (tramite indicazioni dei superiori gerarchici alle segretarie in ordine alle modalità di smistamento della posta aziendale di lavoro) li esclude dai flussi informativi, tenendoli all'oscuro delle notizie gestionali. Si sparge la voce che è inutile rivolgersi al "mobbizzato" perché non è - per sua colpa - in grado di fornire alcuna spiegazione o ausilio, lo si accredita come un incapace o un incompetente ed il gioco è fatto! Alle sue spalle ghigna e avanza il "branco" o "gentaglia" degli pseudo-colleghi che come gli avvoltoi campa sulle altrui disgrazie - che è riuscito felicemente a determinare - guidati dal vecchio adagio "mors tua vita mea", convinti che la ruota non potrà mai girare anche a loro danno.
Ci sembra che la Lidap non possa esimersi dal compito di approfondire, ricercare e confermare - anche con il conforto delle testimonianze degli associati che sono stati oggetto di pratiche di "mobbing" sul posto di lavoro oltreché con l'ausilio di sanitari specializzati - la sussistenza di queste interrelazioni tra vessazioni e pratiche persecutorie in azienda e sindrome DAPeace
HELPERS, VOLONTARIATO E BURN-OUT
di Nicola Ghezzani
Nell'incontro di Firenze del 9 Ottobre scorso è stato attentamente dibattuto il problema della formazione degli helpers. Personalmente ho espresso l'opinione che l'helper tenda a modellare il proprio "essere helper" sulla figura del terapeuta; perché il terapeuta è il "modello ideale" di riferimento talvolta anche per chi non ha fatto direttamente un'esperienza psicoterapeutica. Questa idealizzazione del terapeuta è stata probabilmente favorita, nelle prime fasi di vita della LIDAP, dall'Associazione stessa, per esigenze di efficacia e di sopravvivenza, nonché per una dipendenza implicita da modelli in grado di generare fiducia e offrire sicurezza. Ebbene io penso che, allo stato attuale della vita associativa, tale idealizzazione oltre che inutile è dannosa; e dico perché.
Intanto occorre spiegare che cos'è una idealizzazione. Idealizzare significa farsi un ideale, cioè un modello (un "eroe" più o meno ricalcato su realtà conosciute) con il quale un individuo in crisi gestisce "per interposta persona" i suoi problemi caratteriali. Il carattere del dappista è tale che egli è vittima di doveri di ruolo (doveri affettivi sacrificali, doveri di prestazione sociale) particolarmente esigenti, che soffocano la vita naturale della sua personalità. Di conseguenza, il dappista è costretto a evitare le situazioni che lo metterebbero in conflitto con questi doveri. Il modo più efficace per realizzare la schiavitù ai doveri di ruolo e l'evitamento del conflitto con essi è avere un modello di autocontrollo. Il modello del soggetto ansioso è sempre un modello di onnipotenza, estraneo e "superiore" alle cose di cui ha paura; in tal modo, riferendosi a questo modello, la persona ansiosa "controlla" le aree di conflitto e di sofferenza presenti nella sua personalità. Per questo motivo, il modello onnipotente della persona ansiosa è pervaso da ideali come la forza di carattere, il perfezionismo morale, l'oblazione sacrificale, l'efficienza lavorativa ecc. Questi ideali si autopromuovono, si confermano, squalificando i loro opposti, che sono sempre stati emotivi importanti e significativi come il bisogno di solitudine, la delusione, l'insofferenza, la rabbia, ecc.: cioè stati emotivi che derivano da bisogni di autonomia insoddisfatti.
Ebbene, l'immagine del terapeuta, presa a prestito dal dappista helper, rappresenta per lui proprio a) l'obbedienza ai doveri di ruolo, sia affettivi che sociali, (si immagina che il terapeuta sia una specie di santo privo di debolezze) e rappresenta b) l'obbligo di evitare i conflitti (si immagina che il terapeuta sia un mostro di autocontrollo). Questa immagine purtroppo è favorita - spesso inconsciamente - dagli stessi terapeuti. Ma è dannosa. Affascinato da questa immagine l'helper fa col suo gruppo quello che spesso fa già con la sua famiglia e nella sua vita privata e sociale: diviene facilmente una persona schiava del dovere, piena di impegni, incapace di dire di no, angosciata dall'idea ossessiva di non essere all'altezza. Ebbene, insistere con questo "modello di perfezione" implica un rischio studiato dalla letteratura scientifica: il rischio del burn-out.
Cos'è il burn-out? Burnt-out in inglese significa "bruciato", e in termini tecnici indica il momento in cui un operatore sociale ha un crollo psicologico. Il crollo può manifestarsi con una crisi ansiosa, una depressione, o - molto raramente - con sindromi più gravi. Il processo che porta al burn-out è questo:
1. Per motivi affettivi o per senso del dovere, l'operatore si carica di responsabilità relative al suo servizio e agli assistiti (claustrofilia). In questa fase avviene la rimozione dei bisogni personali.
2. Per essere all'altezza del ruolo l'operatore occulta la propria "debolezza", cioè proprio i bisogni rimossi, che sono bisogni di liberazione relativa dal ruolo e/o di comprensione reciproca.
3. A questo punto l'operatore sviluppa rifiuto o addirittura odio inconscio per il ruolo (claustrofobia), e di conseguenza senso di colpa. La reazione che segue è "riparativa" e l'operatore si obbliga ad una superprestazione: cioè a fare ancora meglio e ancora di più.
4. In seguito a quest'ultima costrizione, l'operatore cede e "scoppia"; va cioè in crisi personale e/o sviluppa malevolenza e desideri di sabotaggio nei confronti del servizio.
E' evidente che una dinamica di tal genere fa male sia agli operatori che ai gruppi che all'intera Associazione. L'helper deve essere consapevole di questo grave rischio e deve sapersene difendere. In che modo? Egli deve sorvegliarsi e mettersi in allarme non appena avverte in sé i sintomi citati.
Quindi: non dovrà correre alla "normalizzazione" di essi (non dovrà "far finta di niente"), ma al contrario cercare aiuto:
a) dal suo terapista (quando ce l'ha);
b) dal suo gruppo, delegando ai più competenti alcune sue funzioni.
Se è in grado di fare ciò l'helper è un vero helper, perché fa circolare la comunicazione. Le zone opache della sua coscienza vengono chiarite dal gruppo; la stessa legittimazione dei bisogni rimossi avviene nel gruppo, e ciò crea la circolazione implicita del ruolo e l'educazione degli utenti alla gestione dei problemi altrui oltre che dei propri.
GENETICA O PSICOLOGICA, QUALE CAUSA?
di Santiago e PeaceAndJoy
Vi proponiamo la prima parte di una lunghissima, dotta e scoppiettante discussione tra Santiago e PeaceAndJoy, due appassionati ed impegnati utenti del nostro forum.
Santiago Non credo alla causa genetica per tantissimi motivi, per citarne uno:
"Nella gran parte dei casi succede che un gemello ha il dap e l'altro no. [...] Proprio gli studi sui gemelli dimostrano che un ruolo determinante del dap è svolto da fattori non ereditari, ma ambientali e psicosociali" (V. Cei, medico, psichiatra e psicoterapeuta).
Centinaia di studi che si contraddicono a vicenda provenienti dalla genetica stessa...
Personalmente ho affrontato la tematica del ruolo dei fattori genetici coinvolti nel dap anche nell'esame di psicologia clinica.
Sembra che, almeno per ora, il tutto sia inconsistente.
Inoltre nessuno risponde, e ha mai risposto, proprio tra i genetisti, alla questione dell'ereditarietà familiare...
E poi nello studio citato, come in tutti quelli che ho letto, c'è sempre il condizionale: "Sarebbe implicata una causa biologica"... e la cosa assurda poi è che cambiano addirittura le zone coinvolte dei cromosomi... Più ne leggo e meno ci credo...
La medicina ha da sempre la tendenza a trasformare i disturbi funzionali in strutturali...
"Studi sull'eziologia e la patogenesi hanno più volte rilevato che un ambiente familiare non condiviso può essere un fattore cruciale nel determinare quale bambino in una data famiglia si ammalerà", G. Gabbard, professore di psichiatria alla University of Kansas School of Medicine
Peace Si parla di una anomalia riscontrata nel cromosoma 15! Insomma non se lo possono essere inventato, da qualche parte dovrà pure essere uscito questo dato altrimenti non l'avrebbero mai pubblicato. Delle cause mi importa poco e niente.. resta il fatto che la conseguenza è una e il modo per curarla esiste!
Santiago Tutt'oggi, nemmeno la scienza, ha dato risposta.
E che credo mai darà, perché la complessità dell'essere umano non si esauruisce nel suo patrimonio genetico, come ho già detto.
Se così fosse saremmo automi preprogrammati.
Se l'ambiente non plasmasse il corredo genetico, la giraffa avrebbe ancora un collo di pochi centimetri...
Peace I soliti umanisti. Tu parti dall'affermazione (più o meno esplicita) che la psiche e il corpo siano due elementi separati, mentre io credo che non sia così e che alcune teorie scientifiche siano ormai abbastanza certe da non poter essere più neanche chiamate teorie, a meno che non se ne propongano di nuove più plausibili. Questa discussione è interessante anche se purtroppo credo che ci vorrà molto per arrivare a una conclusione certa. Ormai quasi tutte le malattie, incluse quelle mentali, si sono riscontrate corrispondenti anomalie genetiche (che possono o non possono fare la differenza tra persona e persona).
Chissà, la genetica è la più moderna delle scienze (ed anche una delle più affascinanti), siamo solo agli inizi (non dimenticatevi che il dna ha solo 50 anni). Io da uomo della strada, in merito all'annosa disputa tra chi sostiene la causa biologica e psicologica propendo ancora per un mix tra le due. In mancanza della prova provata che solo una delle due correnti sia quella vera tento di conciliarle a modo mio.
Anche io penso che sia un po' di entrambe, se fosse solo psicologica allora tutti dovrebbero ammalarsi perché problemi ne hanno tutti, se fosse solo genetica lo stress non c'entrerebbe niente e ci si ammalerebbe senza motivi esterni.
Santiago Come mai nessun genetista ha mai risposto a questa domanda?
Piuttosto hanno ribattuto con un'altra domanda:
"Allora come mai il dap è più frequente in taluni famiglie rispetto che altre?"
Essi sostengono che la risposta vada cercata nell'ereditarietà.
Questa risposta è riduttiva, perché è anche vero le persone di una stessa famiglia sono esposte alla stessa microcultura, pur occupando una diversa posizione all'interno del sistema famiglia stesso.
Questo spiegherebbe perché determinate patologie psichiche sono più frequenti nello stesso ceppo familiare, ma spiegherebbe anche perché non tutti siano colpiti dal disturbo in questione.
Gli studi su questa strada si moltiplicano...
E le critiche al modello genetista aumentano....
Peace Sì però quell'altro studio dice:
"Vulnerabilità agli attacchi di panico: possibile causa biologica. Nello scatenamento degli attacchi di panico, problema che affligge il 2% della popolazione mondiale, sarebbe implicata un'anomalia genetica. Come responsabile di questa vulnerabilità è stata indivi-duata una piccola regione del cromosoma 15, che appare raddoppiata nei pazienti colpiti da questo disturbo d'ansia. A portare argomenti interessanti per l'origine genetica degli attacchi di panico ha contribuito uno studio ipotizzato e condotto dai ricercatori dell'Istituto di biologia medica e molecolare di Barcellona che hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista New Scientist.
Studiando di generazione in generazione alcune famiglie, i cui componenti erano colpiti da attacchi di panico, agorafobia, e altre fobie sociali, Xivier Estivitt e la sua èquipe di studiosi hanno scoperto che nove su dieci pazienti affetti da questi disturbi erano portatori della duplicazione di una piccola regione del cromosoma 15, denominata "Dup 25".
Da questa zona cromosomica che contiene più di sessanta geni, di cui finora ventitré sono stati identificati, vengono codificate le proteine deputate al controllo della comunicazione fra neuroni. Una concentrazione elevata di queste proteine o forse anche di una sola di esse nel cervello potrebbe rendere il paziente eccessivamente sensibile a situazioni stressanti, così da esporlo alla vulnerabilità per i disturbi d'ansia. Al fine di verificare se le duplicazioni della zona individuata fosse una caratteristica specifica delle famiglie di pazienti in osservazione, l'equipe di studiosi spagnola ha analizzato 70 persone affette da attacchi di panico: il 97% presentano questa anomalia contro il 7% della popolazione di controllo. Per completare questa brillante ricerca rimane da identificare con esattezza quale gene della "Dup25" sia legato ai disturbi d'ansia e alle loro complicazioni paniche, perché, se individuato, si potranno allora trovare farmaci capaci di sopprimere il gene implicato o la proteina da esso codificata aiutando così i pazienti a dominare le loro paure con terapia eziologicamente mirata".
Peace Anche questo mi sembra un dato importante. Inoltre potrebbe trattarsi di un gene recessivo, il che spiegherebbe come mai non tutti i componenti di una famiglia soffrono di dap.
Santiago Se fossero risultati accreditati gli autori degli studi sarebbero famosi in tutto il mondo, se non altro perché i disturbi d'ansia sembrano essere la patologia più diffusa del pianeta. Una tale notizia non sarebbe certo in una pagina di lycos, ma in tutti i siti dedicati all'ansia e in tutte le riviste scientifiche.
Come mai nel 69% dei casi (gli altri dati di cui sono in possesso di altri autori italiani, e stranieri, si differenziano di poco) in gemelli omozigoti, e quindi con lo stesso patrimonio genetico, c'è chi sviluppa il dap e chi no?
Peace Santiago, se esiste una anomalia genetica, può essere l'ambiente a fare la differenza nel caso dei gemelli... ho già scritto che secondo me è una questione sia genetica sia psicologica, non ci può essere una causa univoca, deve essere una serie di cause e concause... quello con cui io non sono assolutamente d'accordo è l'idea che sia una questione tutta psicologica come alcuni sostengono.
In quell'articolo si parla anche di questo:
"Lo sviluppo del cervello, a partire dal primo abbozzo fetale fino alla vita adulta, dimostra che i geni forniscono solo un piano di base su cui lavora l'ambiente per forgiare l'organo.
L'influenza degli stimoli ambientali, nella costruzione dei circuiti nervosi e dei loro colle-gamenti (sinapsi), interviene molto precocemente, già in utero. Anzi, si può dire che il cer-vello è fatto proprio per essere influenzato dall'ambiente. Il cambiamento, che risulta dall'interazione tra geni e ambiente, si traduce in connessioni che vengono sigillate da segnali chimici. Nell'ippocampo, la formazione delle memorie da cui dipende la nostra capacità di adattamento all'ambiente e quindi di sopravvivenza, si presenta sotto forma di stress e di segnali chimici eccitatori. Il CRH, come segnale principe dello stress, interviene precocemente nella vita di ognuno di noi proprio per segnare circuiti e connessioni utile alla vita. La molecola, inoltre, instaura un dialogo stretto con i neuroni che producono noradrenalina e seroto-nina, e al tempo stesso influenza la produzione dei principali ormoni: tiroidei, sessuali, della crescita. Svolge quindi ruoli chiave. Non può mancare, né può essere in eccesso, come può avvenire per uno stress grave in gravidanza, oppure per un trauma nei primi anni di vita, op-pure per uno stress cronico: il neurormone può segnare amigdala e ippocampo in senso eccitatorio condizionandone l'attività anche da adulto. Al contrario, diversi studi dimostrano che animali accarezzati da piccoli, che vivono in ambienti stimolanti, hanno un CRH ipotalamico più contenuto e un aumento dei recettori per il cortisolo: presentano cioè una solida strut-tura di controllo dell'asse dello stress.
Ma la storia del CRH non finisce qui. Viene prodotto anche dalle fibre nervose periferiche, per esempio nella pelle, e dalle cellule immunitarie. Prima di spegnere il segnale, sembra utile che ricerca e produzione ci riflettano a lungo".
Per quanto riguarda quello che hai detto nel tuo post, c'è da tenere presente che i disturbi d'ansia, così diffusi, danno un sacco di soldi alle case farmaceutiche che vendono ansiolitici di cui c'è un enorme abuso soprattutto negli USA... quindi se si scoprisse che la causa è genetica e basta inibire un gene per risolvere tutto, sai che fallimenti per quelli là... non sono così paranoica di solito ma bisogna tenerne conto.
La verità è che non sappiamo niente... e forse anche chi studia il dap mattina e sera brancola nel buio tanto quanto noi... quindi queste sono tutte ipotesi...
Santiago Sebbene quella della "via di mezzo" è sempre la strada migliore perché mette d'accordo tutti, io non trovo nemmeno un motivo valido per ipotizzare che il dap abbia un sostrato genetico.
Cambierò certamente idea se incontrerò qualcuno che sappia rispondere alle critiche che sono state da tempo rivolte alle ipotesi organiciste, che a loro sostegno avevano portate le "fatidiche" prove, ora tutte disconfermate...
A parte la questione dei gemelli, a cui ovviamente non c'è risposta, nessuno mi chiarisce, se esiste una componente genetica, come mai il panico, sia completamente silente in alcune regioni della terra, in alcune culture, e sia espresso all'ennesima potenza in paesi occidentali...
Solo le popolazione occidentali avrebbero queste alterazioni genetiche?... strano perché il dap è diffuso anche in Giappone, difficile ipotizzare un'alterazione di razza, quindi...
Sarà mica che c'entra la cultura?
Per non parlare del fatto che le donne sembrano colpite rispetto agli uomini in un rapporto di 3:1 o addirittura 4:1... questo per caso significa che l'alterazione implicherebbe per lo meno anche il cromosoma X... eppure nessuna ricerca lo cita, nemmeno la tua...
Senza pensare poi al fatto che non sono tanto le caratteristiche della personalità che avvicinano le persone affette dal dap, quanto il modo di costruire e vivere le relazioni... Questo modo è appreso dalla famiglia o è anch'esso inscritto nel patrimonio genetico?
Peace Come dici tu Santiago, in alcune culture il dap è assolutamente sconosciuto cosa che dimostra l'esclusiva influenza del fattore socio-culturale nell'eziologia del dap stesso!
Beh in diverse culture si hanno anche diversi patrimoni genetici... come mai il favismo è presente quasi solo in Sardegna? Perché è un'isola e gli abitanti tendono a formare famiglie all'interno dell'isola stessa, sardi sposano sardi, quindi si ha poca selezione genetica. Questo è solo un esempio di come in determinate zone del mondo si può diffondere un gene che causa la predisposizione (e non la malattia; predisposizione significa che ci si può ammalare come ci si può non ammalare, a seconda di come poi l'ambiente, la cultura e gli eventi della vita plasmano la personalità) mentre in altre zone tale gene può essere del tutto assente. O al contrario, il gene può essere diffuso ovunque, ma alcune culture non "insegnano" modi di vita che possono poi portare alla manifestazione del dap, che può restare latente.
Se non ci fosse predisposizione genetica allora perché solo alcuni si ammalano e altri no? Ci sono persone che perdono i genitori, il lavoro, il partner, si ammalano di malattie gravi, eppure non hanno attacchi di panico ma vanno avanti con forza senza buttarsi giù. Potrei citare degli esempi. come potrei citare il mio, e quello di altre persone di cui ho letto su questo forum: vita relativamente semplice, nessun problema, strada spianata praticamente in tutto, eppure ecco il dap. E anche mia sorella. E perché non la depressione maggiore di cui ha sofferto mio padre, e che a quanto dici tu avrebbe anche una componente genetica?
Per quanto riguarda le statistiche, posso citare direttamente il mio psichiatra (che fa parte di team per la sperimentazione umana). Il fatto che le donne si ammalino più degli uomini è una statistica medica nella quale entra anche un'altra componente: gli uomini tendono a rivolgersi meno frequentemente agli specialisti, mentre le donne hanno meno "vergogna" a chiedere aiuto. Senza contare le persone che sono affette da dap e non sanno cosa sia o pensano che sia semplicemente uno stadio della vita che prima o poi passa e per cui non serve aiuto (vedi mia madre e mia sorella, sono affette da disturbi d'ansia ma non andrebbero da uno specialista neanche per tutto l'oro del mondo); quindi le statistiche attuali sono imprecise.
Non ci sono cose solo iscritte nel codice genetico, come non ci sono cose che si apprendono solo nel corso della vita: una stessa situazione fa reagire due neonati in modo diverso (che ne so, uno può piangere quando vede il pediatra, un altro no), quindi significa che c'è qualcosa che li distingue e che va oltre la cultura, visto che un neonato non ha sto grande bagaglio culturale...
Il fatto che il dap segua certi parametri culturali è, a mio parere, un'evidente prova del peso che tali fattori esercitano nell'insorgenza e nel mantenimento di tali sindrome ansiose.
Santiago Condivido specie l'ultima tua frase, che, seppur plausibile, lascia ampi margini all'ambiente nella cosiddetta "espressione genica".
D'altra parte la possibilità che hai descritto non rappresenta una necessità.
Se non ci fosse predisposizione genetica allora perché solo alcuni si ammalano e altri no? ci sono persone che perdono i genitori, il lavoro, il partner, si ammalano di malattie gravi, eppure non hanno attacchi di panico ma vanno avanti con forza senza buttarsi giù, potrei citare degli esempi.
E qui ti volevo.
Gli "stressor" della vita sono comuni a tutti, chi più o chi meno, eppure il disturbo psichico non sembra interessarsi più di tanto di questa dimensione, perché, almeno per quanto concerne il disturbo di panico, la possibilità di caderci sembra riservata anche a chi non ha incontrato grossi problemi.
Il tuo discorso, prettamente medico, fa fuori senza mezzi termini il concetto di "mente".
Uno stesso stressor può causare in alcuni una patologia, ma non in altri, questo, come hai riportato, è un'evidenza.
Ma non hai parlato dei significati, strettamente personali, che si costruiscono con l'esperienza nella storia della propria vita e delle proprie relazioni, che si associano a quello stesso stressor. E che ritengo abbia un'enorme peso nello stesso sviluppo della sofferenza in questione
Anch'io riporto un esempio personale.
1998: attacchi di panico a ciel sereno. Non sapevo nemmeno cosa fossero. Nessun evento definito condivisibilmente (stressor) stressante.
1999: morte di mio nonno, persona che ha convissuto con me e la mia famiglia per anni: niente panico.
2004: ritorno insieme alla mia ex, seppur innamorato, ritornano simili stati panicosi, praticamente contemporaneamente.
Io credo che il panico segua dei percorsi sotterranei, non visibili all'occhio nudo.
Peace Perché il dap, se è un disturbo mentale come tanti altri, dovrebbe fare eccezione?
Santiago Perché ahimè si deve accomunare l'esperienza soggettiva con un'etichetta diagnostica?
Perché vedi la sofferenza stratificata da un manuale?
Cosa togli alla persona accomunando i suoi sintomi ad altri con diverse storie, con diverse vite?
Ti basi su una costruzione sociale, che seppur almeno parzialmetne condivisa, non necessariamente è reale.
Al momento attuale io, per il DSM o per l'ICD, sarei sano come un pesce, o sarei collocato in qualche disturbo "misto" o "non altrimenti specificato"...
Tale nosografia psichiatrica, pur dichiarandosi ateorica, ha tirato su un polverone inimmaginabile, e tale etichettature sembrano avere l'unico scopo di potersi capire fra professionisti, la cui maggioranza mi sembra di capire, le dichiara inutili o addirittura dannose.
L'ansia è anzitutto un'emozione, un suo eccesso viene chiamato dagli organicisti "malattia".
Se tale eccesso fosse "casuale", non avrei problemi nemmeno io a chiamarla così.
Ma per come la vedo io tale eccesso è sempre giustificato. Ha sempre ragion d'essere all'interno dell'interazione sistema-ambiente che l'ha generato.
Partire da questi presupposti significa considerarci come persone con un problema e non come malati, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Peace No, io non mi sono considerata malata per un singolo istante da quando questo è iniziato. Anche io mi considero una persona con un problema, ma come tutti gli altri disturbi psichiatrici è oggetto di studio della psichiatria che è la branca della medicina che si occupa esclusivamente dei problemi mentali. Quello che io non capisco è perché tu non vuoi assolutamente ammettere che potrebbe esserci una predisposizione genetica. Non c'è niente che possa stabilire chi ha ragione, e fin tanto che la situazione resta tale io non ti convincerò che ho ragione e tu non mi convincerai che hai ragione.
Una cosa nuova la posso dire, anche gli eventi positivi possono provocare ansia, perché comunque a livello di neurotrasmettitori anche un evento positivo è uno "stressor" che causa superattività in grado di abbassare i livelli di neurotrasmettitori disponibili.
Io non faccio fuori il concetto di mente, semplicemente non vedo la mente umana come quell'ente circondato di aura divina che viene presentato dalla psicologia. La mente sta nel cervello, il cervello è un organo fisico, le malattie del cervello sono come le altre malattie, e possono essere più o meno gravi.
Santiago Filosofia e medicina, psicologia e psichiatria potranno forse incontrarsi, ma mai abbracciarsi, e sinceramente sono fiero di appartenere a coloro che ritengono che un problema non sia da ricondurre ad un deficit genetico, manipolabile dall'esterno...
Nella relazione nascono i problemi e nella relazione vanno risolti...
Mi risulta difficile capire come tu non ti senta "malata" o "deficitaria" all'interno delle spiegazioni circa le cause del tuo disturbo...
Tra l'altro ho sempre compreso che tu creda nell'intrecciarsi dei due fattori, d'altra parte non ho mai negato che fattori genetici potrebbero essere coinvolti. Quello su cui discuto è che non necessariamente devono essere coinvolti.
E quello su cui mi intestardisco è che la genetica, o chi per essa, nei loro studi, annientano l'individualità, la psicologia della persona.
Per quanto riguarda il tuo appunto che anche eventi positivi possano essere stressanti, concordo.
Ma coerentemente con le tue ipotesi (non puoi applicarle quando vuoi tu... cioè nel caso dell'innamoramento si e della morte no...) perché non ho avuto panico in un altro momento stressante, come la morte di mio nonno?
Perché non a tutti gli stressor le persone "deficitarie" reagiscono con panico?
Peace Sì credo anche io che le divergenze vadano ricondotte a questa differenza di punti di vista.. .per te siamo corpo e intelletto, anime; per me siamo un mucchio di atomi percorsi da segnali elettrici. chi ha ragione non lo sapremo mai; forse nessuno ha ragione, in fondo è solo un modo diverso di vedere la stessa cosa. Fatto sta che credo nella scienza, il cui scopo non è annullare la personalità ma trovare le risposte ai problemi per rendere migliore la vita (che poi alcuni non seguano questo scopo è un altro discorso). È ovvio che la scienza tenti di dare risposte il più possibile universali. È vero siamo tutti diversi ma allo stesso tempo siamo anche tutti uguali, abbiamo personalità diverse ma i miei organi, fisicamente parlando, non differiscono molto dai tuoi.
Io non mi considero malata perché innanzitutto il dap è un disturbo e non una malattia, quindi una cosa passeggera, e sono convinta di guarire presto. o forse perché mi dà fastidio l'idea di essere malata, perché vedere la cosa così come la vedo mi mette meno angoscia, mi tira fuori dalla disperazione che avevo prima. Può darsi che sia solo perché mi fa comodo. Lo paragono a un mal di denti... è fastidioso ma quando togli il dente sparisce tutto... è una spiegazione poco scientifica, lo ammetto, ma come abbiamo detto finora, il problema non può essere o solo scientifico o solo psicologico... i due aspetti convivono e non può essere altrimenti.
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Santiago "I legami sociali dell'ambiente possono influenzare le modalità con cui un neurotrasmettitore agisce in un determinato organismo"
"La percezione del proprio ruolo può influenzare l'attività dei neurostrasmettitori e i loro effetti sul cervello."
"Modifiche all'interno delle relazioni sociali producono duraturi cambiamenti biochimici"
"Le connessioni neurali tra la corteccia, il sistema limbico e il sistema nervoso autonomo si realizzano in circuiti secondo le specifiche esperienze evolutive dell'organismo"
"Non ci sono prove scientifiche che dimostrano che un disturbo mentale, qualunque esso sia, possa essere trasmesso geneticamente", Peace Crepet
"I fenomeni mentali nascono dal cervello, ma anche l'esperienza soggettiva influenza il cervello", G. Gabbard
Sono solo pillole estrapolate da contesti in cui si parla del fatto che "i ritmi di espressione dei geni siano fortemente regolati, nel corso dell'intera esistenza, da segnali ambientali".
Questo significa che quell'abbassamento di serotonina non si autodetermina (dai geni), ma che segue l'interazione sistema-ambiente.
Le variazioni chimiche possono anche essere la causa del dap.
Ma tali variazioni sono a loro volta causate da fatti psicologici e/o sociopsicologici.
Fin quando quell'interazione non cambierà, le possibilità di vivere con quella bottiglia saranno elevatissime.
Peace So benissimo che il nostro comportamento e l'ambiente influenza la produzione di neurotrasmettitori! Ma quando una persona non riesce ad eliminare i problemi che impediscono all'equilibrio chimico del cervello di ristabilirsi, allora ci vuole un aiuto dall'esterno. Torniamo sempre lì, chimica, anche quando si tratta di eliminare il disturbo da sè con l'autosuggestione, è sempre questione di neurotrasmettitori. Se due milioni di italiani non fossero scettici come te nei confronti della medicina e se ci fossero meno pregiudizi nei confronti degli antidepressivi, tutti coloro che hanno problemi li prenderebbero. Solo in questo forum ci sono persone che soffrono di dap e si rifiutano di prendere farmaci, i pochi che dicono di prenderle sono guariti o si sentono sulla strada della guarigione, inoltre come ben saprai un farmaco non può essere messo in commercio se non ha un'efficacia almeno 3 volte superiore al placebo (non è che mettono caramelle di zucchero in commercio, prima ci fanno 10-15 anni di sperimentazione animale e umana). Io stessa rifiutavo l'idea di "imbottirmi di psicofarmaci" perché pensavo che sarei diventata uno zombie, che mi avrebbero fatto chissà cosa, invece non mi hanno fatto proprio niente se non farmi stare progressivamente meglio. Pensa che ci sono addirittura persone che credono che gli psicofarmaci possono scatenare raptus di follia omicida in chi li assume, senza contare che fra quei due milioni di italiani non tutti possono permettersi di vedere uno psichiatra, oltre al fatto ugualmente che anche chi potrebbe, solitamente non lo fa perché "è il medico dei pazzi".
Se tutte queste persone continuano a soffrire, evidentemente si arriva ad un punto in cui le "Modifiche all'interno delle relazioni sociali" non producono proprio niente... almeno non da sole.
Devo dire anche che i farmaci da soli non sempre servono... se alla terapia farmacologica non si affianca una psicoterapia, o una forte volontà di cambiamento (a seconda della gravità del caso, direi) la situazione non cambia. Per questo molte persone prendono gli antidepressivi con riluttanza o sperando di guarire dopo due giorni, o li prendono per un mese senza cercare di risolvere i propri problemi, e poi magari interrompono di colpo, o senza chiedere consiglio al medico, e hanno le violente ricadute di cui si parla, di qui più sfiducia ancora, e poi le voci girano e gli altri, sentendo le esperienze negative altrui (nelle quali però stranamente non si cita mai quanto le persone facciano "di testa propria"), sono sempre più diffidenti.
Santiago Mi sembra che il discorso, com'era prevedibile sia spostato, dalla questione geni-ambiente a quella psicofarmaci-psicoterapia.
Su quello che scrivi, immancabilmente mi trovi in disaccordo.
Non so se potrai seguirmi in questo discorso, perché avendo fin d'ora partecipato seguendo la tua griglia genetica o chimica, che ci ha permesso di comunicare perché in qualche modo entrambi preparati sul versante suddetto, mi sposterò su un altro piano di lettura, quello più propriamente psicologico.
Nella mia esperienza (sia personale che in quella sui libri, che in quella di altre storie) mi è sempre parso di vedere (ed evidentemente non solo a me) un filo conduttore che legasse i sintomi a una serie di significati, tanto da poter dire che il sintomo è comunicativo.
Tali premesse si basano non solo sulla psicoanalisi (che ricordo è il percorso post-universitario più lungo tra quelli esistenti in tutte le discipline), ma anche sull'etologia, sul neodarwinismo, sugli studi sulla comunicazione umana e non, sull'antropologia, la cibernetica e quant'altro...
Questa acquisizione apre una serie infinita di possibilità, in quanto ritiene che il sintomo non è casuale. Segue un percorso, rintracciabile.
Come ho già detto questa assenza di casualità è una grande risorsa, che il paziente in qualche modo percepisce da se.
Spessissimo accade che egli stesso, torni a casa, dopo essere stato dallo psichiatra, con la sua pillolina, ma con una sensazione strana, come se non avesse detto niente, come se avesse avuto voglia di parlare, e che invece qualcun' altro, detentore di un potere di guarigione, lo avesse fatto tacere promettendo che la sua guarigione si concentri in delle pillole.
E spingendo su una forza di volontà, come se la persona stessa avesse scelto di vivere in quel modo.
In tal modo la tensione che i sintomi scatenano verso la loro soluzione viene a meno con l'utilizzo degli stessi.
Tuttavia il paziente che pur sta meglio per questo importante ausilio, si sente comunque vuoto, quasi sentisse la sua salute non dipenda dal riordino dei suoi trasmettirori, quanto dal riordino della sua vita o del far fronte ad essa.
A tutt'oggi, sebbene le visite dallo psichiatra possono costare circa 15 euro all'ospedale, e gli antidepressivi sono accessibili alla stragrande maggioranza, il panico risulta comunque essere in crescita esponenziale.
Senza contare che ansiolitici e antidepressivi sono tra i farmaci più venduti al mondo.
La mia parziale sfiducia nella psichiatria è riportabile alla tua stessa parziale sfiducia nella psicologia (tu sei in cura da uno psichiatra, io da una psicoterapeuta)
Potrei dire lo stesso, cioè che le persone sofferenti sono così tante non perché non hanno assunto farmaci, ma perché non hanno fatto una psicoterapia. O hanno lasciato dopo poche sedute...
Gli studi sull'efficacia della psicoterapia sono incontrovertibili, e innumerevoli.
E diversi risultati indicano i suoi effetti neurobiologici.
Studi di enormi portate hanno addirittura concluso che la psicoterapia da sola raggiunge i medesimi risultati della psicoterapia associata a farmaci, in alcune patologie minori.
C'è anche da dire che gli studiosi delle scienze umane conoscano molta più biologia, genetica e quant'altro di quanto medici, biologi o psichiatri conoscano di psicologia, (infatti una buona fetta di psicoterapeuti è medico) e questo barrica i primi in schemi meccanicistici retrogradi e inappropriati per il disturbo psichico che non tengono conto delle scoperte più moderne, che per molti, rivoluzioneranno l'intero assetto della medicina.
Il percorso delle studio medico, sottende un modo di pensare estremamente rigido dove ad ogni sintomo viene riportato una lesione, o quanto meno un malfunzionamento di un organo.
Questo è chiamato meccanicismo, e il mondo psicologico lo rifiuta categoricamente...
Gli aggiornamenti di cui parli non riguardano certo la psicologia di cui, tendenzialmente non sanno un'acca, e che non di rado disprezzano (atteggiamento studiato dagli psicologi verso qualcosa che non si conosce e che può incutere rischio perché visto in contrapposizione).
Peace Santiago io ne so poco, questo è certo, ma per quel poco che ne so io adoro la filosofia.
Questo però non significa che reputi la psicologia come fondamentale per ciò che riguarda disturbi che associo all'ambito medico. Al contrario di te, non escludo niente, non sparo a zero nulla; solo che in base a un lungo ragionamento ho deciso di seguire una strada... in quella strada io ci credo e con tanta passione.. penso che ci dia gli strumenti per migliorare la vita degli uomini.. per me tra medicina e psicologia c'è la stessa differenza che c'è fra spazzare per terra e pregare che dio spazzi per te.. che poi questo un giorno si possa rivelare sbagliato, può anche darsi, ma per ora è così, non posso farmi in mille per abbracciare lo scibile umano anche se mi piacerebbe... così è anche per i medici... come tu non hai mai visto un medico che conosca la psicologia, così io non ho mai incontrato uno psicologo che sappia cos'è un semicarbazone o sia in grado di descrivere la sintesi proteica.. a ciascuno il suo ambito! il mondo di oggi ci richiede specializzazioni estreme, ognuno fa il suo mestiere, e si spera non lo faccia solo per sé ma per la società.
Santiago Non credo di essere l'unico a conoscere bene i meccanismi della sintesi proteica...
D'altra parte, mi ripeto, tra gli psicoterapeuti una percentuale consistente è anche medico...
Il mio professore di psicologia dinamica è medico, neurologo, psichiatra e psicoanalista... tutti i professori delle discipline mediche sono appunto medici specializzati in psicologia clinica o medica o neuropsicologia ecc...
La psicologia, come vedi, non ha mai trascurato l'aspetto medico... Non penso si possa dire il contrario...
Volevo portare qui un piccolo contributo circa le cause dei problemi d'ansia.
In questa cartella più volte è stato citato il termine di "attaccamento".
Un concetto che sta riunendo il mondo intero delle psicoterapie e che ha fortissimi legami con altre scienze.
Dall'antropologia, all'etologia (studio del comportamento animale) e non ultima la biologia.
L'attaccamento si verifica nei primi anni di vita ed è un sistema che rimarrà attivo durante tutto il ciclo di vita.
È fortemente connesso alla scelta del partner, ai legami che si instaureranno con i propri figli, e non ultima ai problemi psichici che potrebbero esternarsi durante l'arco di vita.
In breve l'attaccamento è quel comportamento finalizzato alla ricerca di vicinanza di un altro essere umano per soddisfare bisogni primari (atti alla sopravvivenza) tra cui quello affettivo.
Si ritiene che la relazione di attaccamento che ognuno sperimenta venga introiettata e guidi le relazioni familiari, sociali e sentimentali future.
Tale "rappresentazione dei primi legami" sembra anche trasmettersi di generazione in generazione.
La trasmissione di tali modelli di comportamento spiegherebbe la familiarità del disturbo psicologico, lungi dal considerare aspetti genetici.
La relazione terapeutica, come evidente ulteriore relazione di attaccamento, andrebbe a modificare quegli schemi appresi, che tanto hanno a che fare con la sofferenza psicosomatica.
È in questo modello che in passato cercavo di evidenziare lo scarso contributo della genetica nella genesi di problemi d'ansia o altro.
In questa direzione mi piace citare uno stralcio di uno dei testi che si occupa di attaccamento, relazioni familiari e psicopatologia:
"Le rappresentazioni dell'attaccamento possedute dai genitori prima della nascita del loro primo figlio - che non possono certamente essere influenzate da un bambino non ancora nato -possono predire la qualità della relazione di attaccamento genitore-figlio".
Sembra addirittura che genitori non biologici trasmettano ai propri figli adottivi la loro rappresentazione di attaccamento e che sia questa la variabile che incida e che spiega i motivi per cui la variabilità genetica ha scarso impatto su tale dimensione fortemente connessa alla salute e al benessere psicologico adulto.
Peace Credo che non finiremo mai di scoprire quante cose influenzano l'ansia... ce ne sono a tonnellate...
comunque il mio psichiatra ultimamente mi ha parlato più che altro dell'origine del DAP, e dice che l'esistenza di una predisposizione genetica (non come anomalia di un singolo gene ma come un vasto insieme di caratteristiche) è fuori discussione... ovvio che poi il resto lo fa l'ambiente.
Santiago Sei proprio fortunata ad andare da uno psichiatra che ha il beneficio di avere talune verità, tanto da definirle fuori discussione.
Qui di seguito ti riporto lo scritto di un altro psichiatra, che è anche un primario in un ospedale lucano, e ahimè anche psicoterapeuta:
"Per stabilire se una malattia possa essere causata da un fattore ereditario, bisogna studiare i gemelli monozigoti. Infatti, se la causa fosse un difetto genetico dovrebbe colpire entrambi i gemelli monozigoti, poiché essi sono identici geneticamente. Se invece un gemello è ammalato e l'altro no vuol dire che ci sono altri fattori, non genetici, da prendere in considerazione.
È proprio quello che succede per il dap. Nella gran parte dei casi (69%) succede che un gemello ha il dap e l'altro no. Quindi le caratteristiche genetiche da sole non bastano per provocare il dap. Proprio gli studi gemelli dimostrano che un ruolo determinante nel dap è svolto da fattori non ereditari, ma ambientali e psicosociali".
Che una componente genetica possa contribuire, potrebbe essere ipotizzabile. Ma a milioni di chilometri da frasi del tipo: "è fuori discussione"...
Infatti quel 31% di gemelli che condividono il dap condividono anche il medesimo contesto familiare, e possono verosimilmente far parte di un unico sottosistema psicologico (non so chi mi segue...)
Cosa che potrebbe non accadere con l'altro 69%, che vede solo un gemello "ammalato".
Non esiste invece nessuna spiegazione genetica o biomedica a tale incontrovertibile dato (punto percentuale più, punto percentuale meno), più volte replicato da ricercatori diversi in più parti del mondo. E chiedo a te Peace, o al tuo psichiatra, le ragioni di tale paradosso.
I futuri studi dovrebbero indirizzarsi ad analizzare gemelli omozigoti, divisi dalla nascita, per dirigersi in contesti adottivi. E vedere se entrambi svilupperanno il dap.
Ovviamente tali studi sono introvabili e infattibili perché impossibili eticamente e giurisdizionalmente.
Peace Lui invece mi ha parlato proprio di studi sui gemelli che provano il fatto che il dap ha origini genetiche. Come tutto ciò che ci riguarda, del resto... è il codice genetico ciò da cui inizia tutto, prima che dall'ambiente! Come sempre i medici non si trovano d'accordo su una stessa questione, non è la prima volta che succede e non sarà l'ultima.

