La scuola è per il bambino il "luogo" in cui agisce il primo confronto con il mondo e opera il primo importante distacco dalle figure dei genitori. Qui, incontra nuove figure significative, gli insegnanti ed i compagni che lo stimolano a gestire le proprie risorse e ad esprimere le proprie potenzialità, cognitive, relazionali, emozionali.
In questa interazione, il bambino è continuamente stimolato a superare i propri limiti, per altro solo momentanei, per integrare nuovi apprendimenti e nuove visioni di se stesso e del mondo che lo circonda. Per procedere, in questa direzione evolutiva, sin dalla scuola materna, il bambino, deve poter vivere con serenità il distacco dai propri cari e dal primo suo mondo. Ciò, è possibile se i vissuti emozionali relativi alle precedenti fasi dello sviluppo hanno permesso al bambino la costruzione di alcuni fondamentali prerequisiti psicologici per accedere senza particolari traumi o difficoltà all'esperienza della separazione e dell'autonomia, fisica prima e psicologica poi.
Imparare a gestire le frustrazioni costituirà un passaggio importante per approdare a nuove fonti di gratificazione, in sintonia a nuovi bisogni, che appartengono al mondo della scuola e della socialità.
Lo sviluppo psicologico sano procede per fasi, spesso irregolari, momenti di stasi si alternano a impennate o a solo apparenti cadute. Le forze "progressive" interne del bambino, quelle che spingono verso il cambiamento, la curiosità, la scoperta, la ricerca dell'autonomia, hanno la meglio sulle forze "regressive" che tendono verso la dipendenza, la stasi, la passività. Le influenze esterne, la qualità delle relazioni significative, le condizioni di vita, sono potenziali alleati di queste due forze. Quindi sia nel progresso, la crescita psicofisica ed il benessere, sia nel blocco delle potenzialità interiori, la conflittualità, il disagio psicofisico, del bambino, del ragazzo, dell'adolescente. In questo complesso quadro di convergenze positive e negative che interagiscono nello sviluppo psicofisico, di certo, la scuola svolge un ruolo estremamente significativo.
Accogliere il bambino-alunno nella sua soggettività, è ciò che gli insegnanti possono fare, sia per individualizzare il percorso di insegnamento-apprendimento, sia per creare un'alleanza stimolante e necessaria con le forze progressive di ogni singolo soggetto. Ove è opportuno, la scuola, attraverso una comunicazione efficace ed uno scambio produttivo con la famiglia, attingendo a tutte le sue risorse pedagogiche e istituzionali (lo psicologo scolastico, i collegamenti con i distretti sociosanitari, etc.) di cui dispone, può sensibilizzare e sostenere situazioni familiari in cui il disagio ed il conflitto, possono essere evidenti segnali o premesse di un percorso patologico dell'alunno e della famiglia stessa.
Se tutto ciò non avviene, si compie inesorabilmente un'alleanza implicita con le "forze regressive". La fragilità del bambino anziché trasformarsi (attraverso i dovuti interventi), in capacità di gestione della frustrazione e nuove risorse, può cristallizzarsi ed esprimersi simbolicamente in un sintomo, o rimanere latente e ripresentarsi in successive fasi della vita e in altre "forme".
A questo proposito l'ansia, nelle sue varie manifestazioni, dalla difficoltà di separazione dalle figure genitoriali, alle difficoltà attentive, ad alcuni disturbi del comportamento (ipercinesi, timidezza, scarsa autonomia, paure ingiustificate), può rappresentare un chiaro segnale di difficoltà a procedere nel cammino evolutivo.
Il mancato riconoscimento della silenziosa ma sofferta richiesta d'aiuto, porta il ragazzo a vivere la scuola ed anche il mondo come un luogo "pericoloso", in cui possono venire allo scoperto le ferite interiori che hanno reso l'Io fragile.
La conseguente difesa psicologica può esprimersi con il rifiuto, il disinteresse, l'inibizione emotiva delle componenti cognitive, relazionali e sociali. O, all'opposto, in altri casi, nella ricerca ossessiva di conferme alla propria identità attraverso lo studio o altre attività, per raggiungere un'immagine personale di perfezione, che inaridisce e annulla, nella razionalità, il mondo delle scomode e penose emozioni. Tutto ciò, contribuisce a rendere ancora più fragili le radici della personalità del ragazzo e apre la porta ad altri segnali di disagio che nell'adolescenza e poi nell'età adulta, possono trovare espressione nella sofferenza esistenziale, nella crisi d'identità, nel blocco dell'autonomia o nella ricerca spasmodica della libertà che rendono impossibile o molto difficile il passaggio sereno all'identità adulta. Questo scacco delle forze progressive si trasforma in una distorta consapevolezza di sé, delle proprie qualità, delle proprie risorse e soprattutto di ciò che si desidera e di chi si è veramente. Può accadere che un sintomo inascoltato come l'ansia, si trasformi, in attacchi di panico, proprio nel momento in cui il ragazzo scelga di frequentare l'università. Questo sta, ancora una volta, a significare la difficoltà ad "entrare con fiducia nel mondo" e sentirlo come un "posto sufficientemente sicuro". Ecco, che nel panico i luoghi sicuri riconducono alle sicurezze dell'infanzia (la casa, la famiglia), o a quelle che si sarebbero volute proprio in quei "luoghi". Si comprende come crescendo, sia sempre più complessa e spesso addirittura inesistente l'interazione umana con il personale docente all'Università e, alle volte, tra gli stessi studenti ed è sempre più penoso nascondere quelle parti di Sé che non si sentono accettate o riconosciute e che tentano magari, attraverso il panico, l'agorafobia, la fobia sociale, di fuggire da tutto ciò che può costituire una minaccia per la propria identità.
Vincere questo duro conflitto interno, è possibile soprattutto attraverso un percorso di "consapevolezza". Può essere importante per accedere a questo non sentirsi soli, in questa situazione di "scacco". Venire allo scoperto, dichiarare le proprie difficoltà a chi sa e può ascoltare o ha le competenze per farlo. Saper chiedere aiuto è il primo passo per riscattare quelle risorse e quelle potenzialità distorte o mai sbocciate, quelle deboli forze progressive. E' possibile diventare "buoni genitori" di se stessi, sia per affrontare con coraggio le difficoltà che l'esistenza presenta, ma anche per esprimere la propria vera individualità. Attraverso l'accettazione e l'elaborazione del proprio mondo emozionale si può trasformare la paura di "vivere", se stessi, nel mondo.
* Psicologa e psicoterapeuta
Studio Psicologia Applicata
Via A. Boito, 82 - 36100 Vicenza

